Gioco
Vannucchi, la via toscana al jazz Un giorno per celebrare l’artista
Fondò il “quartetto” e si esibì con Chet Baker, Sonny Rollins e Lionel Hampton Il critico Zenni: fu uno dei pochi a utilizzare il vibrafono, che arrivava dagli Usa
ELENA TORRE
Sabato prossimo il Circolo Lucca Jazz ricorda con una giornata di eventi Antonello Vannucchi, scomparso due anni fa, uno dei musicisti più creativi della sua generazione, la cui musica è stata un ponte tra noi e la cultura musicale americana. Fu protagonista dagli anni Cinquanta e Sessanta nel celebre Quintetto di Lucca, suonò per molti anni nell'Orchestra della Rai era compositore e vibrafonista e nella sua lunga carriera è stato al fianco di Chet Baker, Sonny Rollins, Freddie Hubbard, Lionel Hampton.
La giornata a lui dedicata si apre alle 11 nella sala del Capitolo al Real Collegio con ingresso gratuito e prenotazione obbligatoria, con un incontro dal titolo ”Da Lucca all'Europa: il jazz italiano degli anni Cinquanta e Sessanta” con il critico musicale Stefano Zenni, mentre alle 18 nella Chiesa di San Francesco, si potrà assistere al concerto “Omaggio ad Antonello Vannucchi” sempre ad ingresso libero ma il biglietto obbligatorio. Ma cerchiamo di approfondire meglio la figura di Vannucchi grazie alla competenza di Stefano Zenni.
Antonello Vannucchi e I 4 di Lucca sono un ponte tra il jazz e l'Italia: che ruolo hanno avuto?
«Il jazz è arrivato in Italia dagli Stati Uniti già negli anni Venti ma è negli anni Cinquanta che i musicisti italiani maturano una comprensione più profonda dello stile e riescono ad esprimersi con più originalità Antonello Vannucchi e i 4 di Lucca spiccano tra i musicisti più creativi della loro generazione».
Come ha utilizzato stilemi, melodie, ritmo da Oltreoceano per introdurli in Italia?
«Vannucchi è cresciuto con l’ascolto del bebop, dell’hard bop e del jazz californiano, fatto di ritmi complessi, armonie raffinate, melodie modellate con gusto. Oltre alla sapienza di improvvisatore in questi stili, Vannucchi ci ha aggiunto una il suo senso dello swing, una cura nella composizione e nell’arrangiamento e il gusto per una sonorità particolare, quella del quartetto e quintetto, ispirata a modelli americani ma realizzata con uno spirito personale e originale».
Ci sono altri legami di Vannucchi con gli Stati Uniti? «Certamente l’uso del vibrafono è segno di un legame molto forte. Lo strumento si affermò negli Usa negli anni Trenta grazie a Lionel Hampton e poi è diventato uno strumento del jazz moderno con Milt Jackson. Adottando il vibrafono, Vannucchi mostrava di essere aggiornato sulle tendenze più recenti del jazz statunitense».
E da compositore quali altri pregi ha avuto?
«Il suo merito principale è di aver divulgato uno stile statunitense in Italia negli ambienti più diversi: il jazz da concerto, la musica da film, la musica per la radio e la televisione, la canzone pop. In tutti questi ambiti Vannucchi ha saputo trovare un equilibrio tra l’ispirazione jazz e una scrittura vicina al gusto italiano per la melodia e la fantasia». —
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