Gioco
Soli nella cameretta, rinunciando ai piaceri. Così la pandemia ha cambiato i ragazzi
Occhi sui device e pochi contatti con il mondo esterno: «Tanti adoloscenti hanno rinviato il debutto nel mondo»
Bisogna avere il coraggio di essere positivi. L'isolamento dettato dalla pandemia ha coinciso con un aumento degli adolescenti fra i 13 e i 15 anni che si rinchiudono in casa e in se stessi adottando comportamenti che in casi estremi possono sfociare nell'autolesionismo. «È allerta forte. Gli effetti si sono visti durante il secondo lockdown a partire dall'autunno scorso. Negli ultimi mesi, un po' in tutta la Toscana, le unità ospedaliere sono arrivate a gestire ogni giorno due visite brevi (le richieste di consulto specialistico entro 10 giorni prescritte dai medici di famiglia, ultimo passo prima del pronto soccorso) per vari tipi di disagio psicologico», spiega infatti Nicola Artico, direttore di "Salute mentale infanzia e adolescenza" degli Spedali riuniti di Livorno: «Non sempre la richiesta di visita breve è appropriata, ma una buona metà di quei ragazzi è effettivamente in condizioni di disagio».
HIKIKOMORI
Il fenomeno, in preoccupante aumento, ha evocato lo spettro "Hikikomori". «Il termine giapponese rappresenta una nuova forma di isolamento con l'aggiunta dell'elisione del confronto corporeo come mediazione con l'altro. Gli adolescenti non si riconoscono nel proprio corpo che cambia e così lo escludono anche a genitori e parenti, spesso costretti a portare loro il cibo che consumano in camera. Rinunciano così anche al piacere (che fa paura quanto il dolore) in combinazione spesso con autolesionismo, piercing e tatuaggi», racconta Pier Giorgio Curti, psicoanalista del Laboratorio di ricerca freudiana e direttore del Centro studi e ricerca di psicoanalisi e psicoterapia Apeiron: «Questi giovanissimi hanno contatti con l'esterno solo tramite la rete, hanno relazioni ma senza un legame interpersonale. La novità della Dad fa affrontare il confronto nella comodità della comfort zone».
LA PANDEMIA CONTA?
Il paradosso è che il nesso con la pandemia, in questo senso, non è così determinante. «L'adolescenza è momento in cui il fanciullo fa il debutto relazionale dentro una comunità di pari senza la mediazione dei genitori. Una restrizione in casa adultera la condizione con la solitudine e gli apparecchi elettronici, e il debutto viene rimandato sine die. Di contro poi ci sono i coetanei che invece forzano il debutto, infrangendo le restrizioni», insiste Artico, e Curti concorda: «I soggetti predisposti non sarebbero usciti comunque, il fatto invece di trovare tanti compagni online ha generato una claustrofilia in molti altri giovani. Ma – puntualizza – un aumento vero e proprio dei fenomeni estremi e patologici in Italia non c'è». Non è tanto la pandemia in sé, dunque, quanto la mancanza della Scuola e della socialità che essa comporta ad accentuare un disagio che, testimoniano i numeri, è comunque in crescita e va affrontato; con il coraggio di essere positivi. Le statistiche indicano infatti che i ragazzi tra i 13-15 anni, ma in molti casi anche prima, abbandonano gli studi: il fenomeno, in certe aree meridionali, raggiunge picchi del 40 percento, ma – in misure minori – è presente ovunque; e la Toscana non fa eccezione. «I genitori devono avere un ascolto attivo chiedendo "oggi come stai?" al posto di "com'è andata a scuola?", cogliere al volo le rare occasioni in cui il figlio si apre, e introdurre serate casalinghe lontane dagli schermi per poter leggere, parlare, giocare o anche non far nulla; purché tutti insieme», "prescrive" Artico. Poi, prosegue Curti, devono imparare a riconoscere e distinguere i comportamenti dai sintomi: «Un Hikikomori, quando viene sollecitato, diventa molto aggressivo per impedire che nessuno invada la sua nicchia. Per il resto, educare è sempre dare e mai togliere (cioè punire): i genitori devono farsi testimoni della vitalità esterna, dare ai figli limiti ragionevoli e darli prima per evitare che i ragazzi stiano sui device in maniera e continua per un tempo che divora gli altri spazi della sua vita». —
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