Italia
Contro le mode e il potere La lezione di Rino Gaetano che ha anticipato i tempi
Luca Trambusti
Alle quattro del mattino del 2 giugno 1981 un incidente stradale portava via Rino Gaetano. A quarant’anni di distanza il ricordo del cantautore calabrese non è mai scemato. La dinamica del terribile schianto racconta che al rientro da una nottata con amici, Gaetano perse il controllo della vettura per sbattere contro un camion che sopraggiungeva in senso contrario. Una terribile similitudine con quanto successo a Fred Buscaglione, all’alba del 3 febbraio 1960. Purtroppo le cronache raccontano anche di una sfortunata serie di eventi. L’ambulanza arrivò in ritardo ed inoltre cinque ospedali lo rifiutarono e così ad un’ora dall’incidente a soli 31 anni Rino Gaetano moriva, in ospedale, per le gravi lesioni alla testa ed al torace. Ma sulla sua morte gravano parecchie ombre e sospetti che all’epoca portarono ad interrogazioni parlamentari. Anche un libro scritto da Bruno Mautone dal titolo “Chi ha ucciso Rino Gaetano” ha (nel 2017) contribuito a suffragare la “stranezza” dell’incidente. Secondo l’autore del libro Rino Gaetano era un artista “scomodo” che dietro i non sense in realtà raccontava verità e metteva alla berlina il potere. Così, massoneria, servizi segreti e politici, conclude Mautone, “attenzionavano” il musicista. Sono teorie che sinora a dire il vero non hanno trovato riscontro. Che però Rino Gaetano dietro apparenti non sense fotografasse molto bene la realtà è inconfutabile. In questo senso il suo manifesto è sicuramente “Nuntereggaepiù” (1978) dove le nuove sonorità reggae accompagnavano un testo di denuncia. Ma non fu l’unica e sola canzone in questo senso scritta da Rino Gaetano, parecchi sono i testi che raccontano o che solo fotografano molto bene per immagini la realtà che circondava il cantautore. Non va dimenticato che la sua opera si svolse nella seconda metà degli anni ’70, quando la canzone spesso sposava la protesta, la denuncia sociale.
La differenza di Rino Gaetano stava proprio nel fatto che era capace di ammantare la sua musica con una veste pop, accattivante, immediata, futuribile e solo apparentemente leggera. A questo poi si univano un’immagine e delle esibizioni televisive che riuscivano sempre a bucare lo schermo per i suoi travestimenti apparentemente surreali ma ben vicini al suo stile. Al suo attivo il cantautore calabro/romano (passato anche lui dal Folkstudio dove sono cresciuti De Gregori e Venditti tra i tanti) ha la partecipazione al Festival di Sanremo 1978; partecipazione che gli attirò critiche da fan e amici che ritenevano (vecchia storia) la sua presenza in quel contesto un tradimento. Fu un’apparizione degna della sua aurea. Salì sul palco in tuba, frac, papillon, scarpe da ginnastica e medagliette al petto. Accompagnandosi con l’ukulele (allora sconosciuto nella musica pop) e i Pandemonium, eseguì “Gianna”, una delle canzoni che lo hanno reso celebre. Sul finale del brano fece poi irruzione sul palco uno stralunato coro. Fu una presenza dirompente che gli valse il terzo posto e per la prima volta la parola “sesso” nel festival. La sua irruenza, l’irriverenza e l’ironia lo hanno accompagnato in una carriera breve ma che ha lasciato il segno, anticipatrice di tempi a venire, tanto che ancora oggi lo celebriamo con le sue canzoni sempre attuali. Resta la curiosità d’immaginare come la sua arte si sarebbe evoluta e come sarebbe stato il suo sguardo arguto e penetrante in questi tempi moderni. —
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