Sicurezza
Tra rivoluzione e democrazia: un secolo di Pci
Fassino: tanti errori, svolte, frenate e accelerazioni La sottovalutazione del fascismo e la “via italiana”
Il Partito comunista era nato con l’idea di fare la rivoluzione, al culmine della sua forza si ritroverà a diventare l’architrave e il difensore della democrazia costruita attorno alla Costituzione. Prima di auto-dichiarare la propria fine: in realtà, caso unico fra gli ex partiti comunisti dell’Occidente europeo, non si è evaporato nel nulla ma, al contrario, si è avventurato in una sorta di “traversata del deserto” alla scoperta di territori politici sconosciuti, comunque uscendo dalla propria tradizione per diventare prima Pds, poi Ds, infine Pd.
QUEL CONGRESSO DEL ’21
È da queste coordinate – al centro anche del suo ultimo libro edito da Donzelli – che muove Piero Fassino, ex ministro ed ex segretario Ds, debutto in Parlamento nel ’94 e ora presidente della commissione esteri di Montecitorio: l’ha intervistato in diretta Facebook Stefano Tamburini, direttore del Tirreno e direttore editoriale del Gruppo Sae (proprietario oltre al Tirreno, di Gazzetta di Reggio, Gazzetta di Modena, la Nuova Ferrara), per una delle iniziative promosse – in occasione dei cento anni del Partito comunista italiano – dalle associazioni “21” e “Caffè della Scienza Nicola Badaloni” in tandem con Istoreco e Comune di Livorno.
Questa parabola è l’emblema del fatto che la scissione fu un errore? Avevano ragione i socialisti? Fassino rivendica di aver fatto i conti con la storia «senza reticenze». E mette un primo “però”: di fronte ai soviet che ti dicono che il tuo sogno non è un sogno, è facile farne la propria stella polare. Un secondo “ma”: è il comunista Umberto Terracini, primo firmatario della Costituzione della Repubblica italiana, l’unico ad accorgersi del fatto che la nascita del Partito popolare è una novità dirompente.
Il terzo: nessuno ha le antenne per capire il reducismo, la frustrazione di milioni di persone che tornano a casa dalla guerra e spesso «non trovano più né il lavoro né la moglie».
IL PERICOLO FASCISMO NON PERCEPITO
Non è l’unica cosa di cui quel congresso non si avvede, incalza Tamburini: bussa alle porte il fascismo eppure è «citato solo quattro volte nelle cronache dal teatro Goldoni». Anche Fassino non ci va giù morbido: «È un dibattito del tutto autoreferenziale, non si intuisce che dopo gli scioperi del 1920 l’onda della protesta operaia è in fase calante». Al tempo stesso, l’esponente dem segnala la straordinaria ricchezza del radicamento socialista: «Nel ’19 aveva il consenso con il 32% dei voti, aveva un tradizione dell’organizzare l’economia con il movimento cooperativo e aveva in mano il 25% degli enti locali».
Proprio quel buon governo dei sindaci, soprattutto toscani e emiliani, che «useremo come riprova per dire che il governo lo sapevamo far marciare, e a vantaggio di tutti».
PERCORSO TORTUOSO
Resta l’altro interrogativo: questa traiettoria settantennale è un “tradimento” della propria “missione”? Fassino ricorda a più riprese che, fra gli inizi a Livorno – sede del congresso scissionista di 100 anni fa – e la fine alla Bolognina, «non siamo andati da punto a punto con moto rettilineo uniforme: ci sono stati sbalzi e frenate, svolte e accelerazioni». Basti pensare alla rottura del ’21 nata per cacciare i filo-Turati, dietrofront con la successiva spinta alla riaggregazione, rimangiata poi con la categoria del “socialfascismo”, di nuovo una inversione di rotta con gli anni dei “fronti popolari”. Nel ventaglio delle possibilità anche la tentazione di seguire il modello dei partigiani “rossi” in Grecia: lì – spiega Fassino – dopo la liberazione dall’occupazione nazista, ecco la fase 2 nel segno della guerra civile per arrivare alla rivoluzione comunista.
LA “VIA ITALIANA”
A giudizio del deputato Pd, era l’orizzonte in cui voleva muoversi la galassia che nel Pci era più legata a Pietro Secchia: sconfitta dall’impostazione di Palmiro Togliatti, che seppur lentamente e in mezzo a mille contraddizioni «ha affermato un orizzonte che ambiva a essere sempre più autonomo: se c’era bisogno di crearsi il sentiero di una “via italiana” al socialismo vorrà dire che le vie altrui non ci piacevano granché».
IL “CHI SA PARLI”
Occhi puntati anche su aspetti difficili da raccontare e fuori dall’epopea rossa: il riferimento è alla “guerra civile” che caratterizzò soprattutto alcune aree dell’Emilia con una serie di regolamenti di conti nel dopoguerra. Tamburini da caporedattore della Gazzetta di Reggio negli anni a cavallo del cambio di millennio, Fassino perché inviato dai vertici del partito dopo le fortissime tensioni interne per l’appello del dirigente comunista Otello Montanari nel ’90 a far luce su alcuni omicidi del dopoguerra. Il famoso appello “Chi sa parli” a proposito dei fascisti uccisi nei regolamenti di conti post Resistenza.
L’esponente Pd spiega come ha tenuto la barra dritta. Uno: difendendo Montanari dagli attacchi interni, durissimi benché a distanza di quasi mezzo secolo. Due: chiedendo libertà per Germano Nicolini, il “comandante Diavolo”, accusato innocente (e morto a 101 anni pochi mesi fa). Tre: ricordando il contesto storico.
IL DOPOGUERRA DA DECIFRARE
È su quest’ultimo tassello che Fassino insiste mettendo sul tavolo le carte. A cominciare dal fatto che «il dopoguerra è il periodo più difficile perché gli sconfitti sono più sconfitti che mai ed è facile che a suon di vendette si regolino i conti con l’oppressione patita in passato». Dentro il Pci – aggiunge – c’era «anche una spinta insurrezionalista» ma «Togliatti va in direzione opposta: sì al partito della classe operaia ma va proprio a Reggio Emilia nel settembre ’46 a tenere lo storico discorso su Emilia rossa e ceti medi». A questo aspetto Fassino si attacca per dire che, per l’uscita dal recinto di classe e l’arrivo al “patto fra produttori”, è decisiva l’importanza del radicamento nella tradizione di buon governo di segno riformista delle amministrazioni “rosse” in Toscana e in Emilia mettendo in campo sindaci di «grande carisma ma anche straordinaria concretezza amministrativa».
ASDAS
Fassino e Tamburini hanno dialogato anche sul periodo del terrorismo, sull’impegno dei comunisti per combattere prima quello stragista nero e poi quello rosso. Con sacrifici pesanti, come quello dell’operaio Guido Rossa, ucciso dalle Br, dopo aver denunciato un altro operaio sorpreso con volantini delle Brigate Rosse nello stabilimento Italsider di Genova. Quindi un passaggio anche sul periodo sofferto della fine dell’esperienza del Pci e il passaggio al Pds.
IL PARTITO DI MASSA
L’ultima sottolineatura di Fassino è per il modello di partito di massa: «L’identikit da Prima Repubblica non può essere riesumato, senza contare che la comunicazione digitale ha sconvolto tutto. Ma guardiamo cosa ha portato la Seconda Repubblica: il partito-azienda di Forza Italia, il partito-web del Movimento 5 stelle, il partito populista della Lega. Davvero c’è più partecipazione?».
E poi: «Attenzione che, com’è avvenuto con il governo di Carlo Azeglio Ciampi, anche Mario Draghi a Palazzo Chigi non sarà solo una parentesi e poi tutto ricomincia: è tempo della riorganizzazione del campo, è questo che ha di fronte il Pd a guida Letta». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
