Sicurezza
Alida Valli, la nonchalance della sensualità
100 anni fa nasceva la grande attrice che ha attraversato un secolo con classe, da Visconti a Bertolucci a Dario Argento
GABRIELE RIZZA
Se riusciamo a oltrepassare la soglia della sua abbagliante bellezza e del suo nitido talento di interprete, la figura di Alida Valli assume i contorni di una donna coraggiosa, emancipata, ricca di umanità, ironica e autoironica, una donna anche tormentata, riservata per quel che riguarda la sfera privata quanto allergica a ogni etichetta: una diva suo malgrado. E allora non è facile tirarla fuori da quel bozzolo di divismo che il cinema inevitabilmente le ha cucito addosso. Una vita spesa fra set e palcoscenici, intrecciata a gioie e dispiaceri (ma mai ostentati nelle sue apparizioni pubbliche), costellata di successi ma anche di cadute e scandali (clamoroso il coinvolgimento nel caso Montesi che le lasciò ferite profonde sul piano umano e professionale), schiva fino all'eccesso: «la più grande interpretazione della Valli è la fuga» ha scritto di lei Enrico Groppali. Alida Valli è prima di tutto un'attrice che ha segnato indelebilmente la nostra memoria di spettatori, un'attrice che ha sempre affrontato «con totale nonchalance la stilizzazione della propria immagine» per dirla con Giuseppe Bertolucci, che la conosceva bene per averla diretta quattro volte: «Berlinguer ti voglio bene» (1977), “Segreti segreti” (1984), “Il dolce rumore della vita” (1999), “L'amore probabilmente” (2001). Alida Valli, all'anagrafe Alida Maria Laura baronessa von Altenburger, nasce a Pola il 31 maggio 1921.
Di famiglia aristocratica, cresce in un ambiente ricco di stimoli culturali, la madre pianista, il padre professore di filosofia e critico musicale. Poi a Roma frequenta il Centro sperimentale di cinematografia dove la sua bellezza raffinata e sensualmente malinconica non passa inosservata. L'esordio nel 1938 è nei “Due sergenti” di Enrico Guazzoni, la consacrazione tre anni dopo con Mario Soldati in “Piccolo mondo antico” dal romanzo di Fogazzaro. Furoreggia nel cinema autarchico dei “telefoni bianchi”, diventa “la fidanzata degli italiani”, sarà la “nuova Garbo” e ingaggiata da Hollywood che la volle enigmatica e ambigua (lavorò con Alfred Hitchcock e Orson Welles) divenne la “Ingrid Bergman italiana” mentre Charles Laughton la consacrò come “uno Stradivari in calze di nylon”.
Le definizioni si sprecano. Tutte giuste, tutte convenzionali, ma imprecise. Un itinerario pirandelliano che lei per prima alimenta, così indifferente al mutare delle mode e degli stili, così riluttante a esporsi in interviste e dichiarazioni, avvolgendo la sua complessa personalità di un'aura di mistero. La carriera di Alida Valli si intreccia nel bene e nel male alla recente storia italiana: attraversa il fascismo e la guerra, la librazione e la ricostruzione, incontra il boom economico e gli scandali dell'era democristiana, fino alla stagione della contestazione, agli “anni di piombo”. La classe, l'eleganza, il fascino. Una terna che investe una filmografia densa e multiforme, duttile e atipica: studentessa tessitrice di intrighi in “Ore 9 lezione di chimica” di Mario Mattoli, perfida e mefistofelica con Dario Argento (“Suspiria” e “Inferno”), generosamente melodrammatica nel “Grido” di Antonioni, insuperabile mamma chioccia del Cioni/Benigni in “Berlinguer ti voglio bene” per poi approdare a Bernardo Bertolucci che le offre il ruolo di protagonista in “Strategia del ragno” e un folgorante cameo in “Novecento”. La vetta è nel 1954, “Senso” di Luchino Visconti, lei indimenticabile contessa Livia Serpieri, un ritratto di struggente inquietudine, tra i volti più belli visti al cinema, trafitto da passione violenta abbinata al crollo di un mondo. Così lo ricorda: «Ce la misi tutta ma non tornai alla vecchia popolarità e nonostante il successo del film continuò la mia 'quarantena' e ricominciare tutto daccapo». Alida Valli muore a Roma nel 2006. —
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