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Carla Fracci, la piuma più bella è volata via Tutte le bambine volevano ballare come lei

Carla Fracci, la piuma più bella è volata via Tutte le bambine volevano ballare come lei

La grande artista è morta ieri a Milano a 84 anni dopo una lunga malattia 

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Carla Fracci è morta ieri a Milano dopo una lunga malattia: aveva 84 anni. Nella sua carriera di ballerina si è esibita nei teatri più prestigiosi al mondo e con le più grandi étoile. Considerata un’icona della danza, con la sua arte è riuscita a conquistare il grande pubblico e a portare le nuove generazioni nel “suo” mondo. Fatto di rigore e leggerezza ma anche di passione.

ilaria bonuccelli

Tutte noi volevamo essere Carla Fracci. Era la nostra ambizione, il nostro traguardo possibile. La nostra danza a portata di sbarra. Come lo so che noi ragazzine volevamo essere Carla Fracci e non un’altra ballerina, magari anche più famosa? Perché non Margot Fonteyn o Ekaterina Maksimova? Perché lo scrivevamo, di continuo.

Non lo scrivevamo in un diario segreto, circondato da cuoricini. No. Lo scrivevamo con la penna nera, sotto le scarpe da punta. Fin dalle prime scarpe da punta. Era uno dei nostri riti. Prima cucivamo i nastri di raso alle scarpe, poi a penna scrivevamo, sulla soletta rigida, in stampatello maiuscolo, usando una grafia spedita, a passo di marcia: “FRACCI”.

Forse Carla Fracci non era la più brava del mondo, anche se per il New York Times era “la ballerina assoluta”, the absolute diva. Ma per noi ragazzine era l’essenza della danza. L’emblema dell’imperfezione che sul palco diventava assoluto. L’esempio che la tecnica era importante quanto l’interpretazione.

Tutte volevamo essere non come lei, ma proprio lei. Con il suo tutù lungo di tulle, che ci portava dentro la favola nera di Giselle e anche della Silfide. Grazie a lei abbiamo imparato a conoscere Coppelia, Il lago dei Cigni, la Bella addormentata, ma Giselle, il romanticismo e il dramma, il sogno spento fra le braccia del principe era la nostra aspirazione. Per questo nei saggi di danza non mancava mai. C’era sempre una coreografia ispirata (liberamente e molto da lontano) a un suo balletto. E se avevi la fortuna di avere un assolo, con il tutù lungo, ti domandavi per settimane come Lei avrebbe interpretato quel passo, come avrebbe impostato le braccia e le mani. Le mani, mi raccomando.

Quante serate trascorse in colloqui immaginari, con la convinzione di essere ascoltate. La fede ingenua delle ragazzine. Ma anche la sensazione che il legame ci fosse davvero. Perché Lei era una diva, è vero, ma non era irraggiungibile. Ballava con Nureyev e te lo faceva sembrare la cosa più naturale del mondo. Forse perché entrambi venivano da famiglie modeste. Lei non lo sbandierava. Anche questo era un fatto. La figlia del bigliettaio dell’azienda tramviaria di Milano che conquista La Scala, l’American Ballet, poi tutti i teatri più importanti del mondo. In poche mosse aveva dimostrato che La Scala non era accessibile solo ai ricchi, ma era per chi aveva talento. E che quindi anche la danza era per tutti. Ragazzini e ragazzine con l’amore per l’arte. Dotati di talento e non. Bastava avere passione. Tutto quello che serve per comprendere il balletto. Che con Lei è entrato nelle nostre case. Potremmo proprio dire così: con Carla la danza è tornata a casa. È tornata da dove è partita. Dalla gente, visto che è stata una delle prime forme di espressione. Comunicazione profonda, senza parole, senza equivoci. —

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