Il Tirreno

una carriera in continua mutazione 

Nessuno se lo aspetta ma ecco la sorpresa “Murder most foul”

Lorenzo mei
Nessuno se lo aspetta ma ecco la sorpresa “Murder most foul”

Il pezzo dal testo di altissima qualità scala le classifiche e la “leggenda” torna al capotavola dei re della musica

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Lorenzo mei

Quando, ventenne, faceva la strada che dal Minnesota lo portava a New York, Bob Dylan stava già cambiando. Era partito un ragazzo con il giubbetto di pelle che amava il rock and roll ed Elvis Presley, e arrivava nella Grande Mela un folksinger con la camicia a quadri e le idee di Woody Guthrie e Pete Seeger, pronto a farsi ascoltare dal pubblico che era più facile da raggiungere. Quando cominciò a suonare nei locali fumosi del Greenwich Village probabilmente Bob Dylan stava già cambiando.

Certamente lo stava facendo quando Joan Baez lo portò quasi per mano sul palco del Newport Folk Festival nel 1964, e certamente era già cambiato un anno dopo, quando il pubblico di quel meeting si trovò davanti gli amplificatori sparati al massimo e rimase stranito davanti a un chiasso di chitarre elettriche, batteria e organo che quasi cancellava le parole del loro “Bobby”. Le parole, che poi erano la cosa più importante, oltre alla vicinanza, spazzata via da quel muro di frastuono che si faceva barriera. Si sentirono traditi, ma erano solo i primi di una lunga lista: Bob Dylan è uno che cambia continuamente, e lo fa non per dispetto, ma perché è convinto di avere sempre qualcosa di nuovo, o almeno di diverso, da dire e da mostrare. Quello che ha capito meglio di tutti Bob Dylan probabilmente è Todd Haynes, che nel bellissimo film “I’m not there” lo ha fatto interpretare da sei attori diversi e lo ha fatto incarnare in sette personaggi diversi. Il titolo dice già tutto, fin dal 1964 Dylan non è mai dove la gente lo va a cercare. Quando nel 2015, a tre anni di distanza da Tempest, che era l’ultimo disco di canzoni originali, i suoi fan gli chiedevano di scrivere altri capitoli da aggiungere all’american songbook, lui registrò un disco di standard dedicato ai ricordi dei suoi ascolti di Frank Sinatra. Quando la critica disse che quel disco era bello, che ricordava il Johnny Cash degli American Recordings, ma fece intendere che poteva bastare così. Un tizio all’epoca vinse una specie di concorso, e il premio era assistere da solo a un concerto di Bob Dylan. Immaginiamoci l’emozione di questo signore, che vive il sogno di una vita, si ritrova in teatro davanti al proprio idolo, nell’unica poltroncina occupata. E Bob sciorina una scaletta in cui ci sono soltanto classici da crooner, e nemmeno uno dei brani che sarebbero stati, anche da soli, un regalo indimenticabile fino alla morte. Per tirare fuori un nuovo album scritto di suo pugno Dylan ha aspettato che nessuno gli chiedesse più nulla. Ha aspettato i primi mesi duri della pandemia, e ha tirato fuori il pezzo più lungo della sua carriera, “Murder most foul”, una specie di recitato in cui ripercorre magnificamente decenni della storia americana, partendo dall’omicidio del presidente Kennedy. Dal punto di vista letterario, una canzone importantissima all’interno della sua opera. Che a quanto pare, si sente dire, era pronta da tempo, cioè era già pronta mentre tutti lo supplicavano di far sentire la propria voce e lui storpiava quella dei crooner. A quel singolo, il primo a finire in testa alle classifiche di vendita americane in tutta la sua vita (anche se in un’epoca in cui “vendita” ha un significato ben diverso, diluito nel fiume dello streaming), fece seguito un album come “Rough and rowdy ways”, che in qualche modo riuscì a sorprendere tutti, anche se sorprendersi con Dylan è un peccato d’ingenuità che non dovrebbe essere perdonato. Ma sorprese comunque, perché nessuno si aspettava una qualità del genere, probabilmente quasi nessuno si aspettava il disco migliore dai tempi di “Time out of mind”, del ’97. Agli 80 anni Bob Dylan ci arriva così, con alle spalle l’ultimo dei suoi capolavori, che certamente non si può paragonare a ciò che usciva fino alla metà degli anni ’70, ma che lo rimette a capotavola nel consiglio di amministrazione dei songwriters, al posto che gli spetta. Viene facile immaginarselo in attesa di riprendere la strada, di tornare sul bus di quel tour senza fine con cui da decenni sfidava il tempo, la ragione e la logica. Il problema è che immaginarselo in un modo vuol dire rischiare di ritrovarselo davanti in un altro. Non sono io quello che stai cercando, baby, aveva cantato avvertendoci per tempo di non farci troppe illusioni sulla sua condiscendenza riguardo ai nostri desideri. Facendo finta che questo non esista, però, c’è da farsi venire l’acquolina in bocca, pensando a una scaletta che, come stava succedendo negli ultimi due anni prima del lockdown, comincia a recuperare un buon numero di classicimai eseguiti dal vivo fino a oggi. Magari, dopo aver vestito le sue canzoni del sound à la Sinatra, come fece per esempio a Firenze nel 2018, adattando la propria produzione all’atmosfera di quelle cover e non facendo il contrario, come avrebbe fatto chiunque, magari dicevamo stavolta in omaggio a “Rough and rowdy ways” tornerebbe a calpestare con più decisione le strade del blues. Deviandole, segnandole mentre si impolverava, facendo tracciare sulle mappe un reticolo di arterie, strade, sentieri e viuzze che disegnano la geografia di Bob Dylan. E facendo una specie di crasi tra il titolo del suo disco più importante e la sua età, viene fuori Highway 80, che in realtà si chiama Interstate 80 e che, guarda caso, taglia il Nord America da costa a costa, da San Francisco a New York. Bringing it all back home, riportando tutto a casa, ancora una volta. —

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