Il Tirreno

Buon compleanno Bob L’artista e due volte mito che libera le nostre menti

FABIO CANESSA

Dylan compie ottant’anni: fu dato per morto in un incidente del 1966 ma poi “resuscitò” Accadde tre anni dopo all’Isola di Wight. L’unico Nobel amato dal popolo di Woodstock 

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FABIO CANESSA

Il 30 luglio 1966 i giornali annunciano la morte di Bob Dylan, causata da un incidente motociclistico. La notizia suscita grande emozione per l’improvvisa scomparsa del più grande mito generazionale della musica, insieme ai Beatles. Il successo planetario dei suoi sette album lo aveva consacrato come il profeta dei tempi che cambiano, della controcultura giovanile e della rivoluzione alle porte.

Invece Dylan era ricoverato al Middletown Hospital dello Stato di New York con vertebre rotte, stato comatoso e vaste ferite al volto e alla testa. La convalescenza sarà lunga e, per tre anni, vivrà nell’isolamento più assoluto, assistito dai familiari. Riapparirà il 31 agosto del 1969, in concerto all’Isola di Wight, avvolto dall’aura del resuscitato.

Oggi quell’artista che fu commemorato da morto come un mito quando aveva 25 anni, viene festeggiato da vivo in tutto il mondo per l’ottantesimo compleanno. La sua fama, già esaltante all’epoca, nell’arco di mezzo secolo è accresciuta da premi “che era follia sperar”, come scrisse Manzoni di Napoleone: non solo ha ottenuto un consenso costante in sessant’anni di carriera, una consacrazione in Vaticano cantando per Papa Giovanni Paolo II nel 1997, il più alto riconoscimento degli Stati Uniti con la Medal of Freedom conferitagli dal presidente Obama nel 2012, ma è arrivato a vincere, nel 2016, il Premio Nobel per la Letteratura, mai assegnato a un musicista.

Se Bob Dylan fosse davvero morto 55 anni fa in quel terribile incidente, sarebbe entrato nella leggenda, come James Dean. Il bello è che sia riuscito a rimanere una leggenda anche vivendo. Nato a Duluth, nel Minnesota, il 24 maggio 1941, Robert Zimmerman scappò presto di casa, attratto dalla poesia di Dylan Thomas, da cui ricavò lo pseudonimo, e dalla musica di Woody Guthrie, il cantore della musica folk americana, così duro, puro e alieno dal mercato da non aver mai inciso un disco. Ispirandosi a lui, Dylan si fece notare al Greenwich Village di New York, incise il primo disco per la Columbia e già nel 1962 si esibì in concerto a Roma. Da allora non ha mai smesso di cantare, suonare, scrivere, dipingere, recitare in quella tournée che lui stesso ha chiamato Never Ending Tour. I dylaniani di ferro, che sono legioni, hanno fatto i calcoli: 600 canzoni scritte, 10mila concerti dal vivo, 77 album esclusi i bootleg. «Non so esattamente quando mi venne in mente di scrivere canzoni… Succede che uno vuole fare le cose a modo suo, vuole vedere con i suoi occhi quello che si nasconde dietro la cortina di nebbia», scrive lo stesso Dylan nella sua autobiografia “Chronicles”, «bisogna scrivere canzoni che escano dalla norma. Bisogna riferire le stranezze che capitano e che si vedono. È necessario conoscere e capire qualcosa, ma anche andare oltre i particolari… A volte si sente una canzone che fa fare un balzo avanti alla mente». E quanti balzi alla mente avranno provocato “Blowin’in the wind”, con la sua domanda universale sul senso della vita, e “A hard rain’s gonna fall”, grido di allarme per la guerra nucleare? Dylan ha saputo dare voce alla protesta politica in difesa dei diritti civili, come in “Master of war”, quanto allo scandaglio dei sentimenti per un amore perduto, come in “Don’t think twice, it’s all right”. Ha interpretato la ribellione antiborghese energica e corrosiva di “Like a rolling stone” e l’ambivalente identità dell’emancipazione femminile in “Just like a woman”, il disagio esistenziale giovanile di “Mr. Tambourine man” e la denuncia antirazzista di “Hurricane”, dedicata a un pugile condannato ingiustamente per omicidio solo perché di colore. «Una canzone è come un sogno che si cerca di rendere vero» è la definizione che lo stesso Dylan ha coniato per le sue composizioni. Il segreto della longevità di un’arte che, anziché affievolirsi, è andata irrobustendosi nei decenni, sta nella duplice natura del suo linguaggio: da una parte affonda profondamente le radici nella tradizione antica del folk americano, dall’altra ha saputo aggiornare allo spirito dei tempi l’anima autentica del menestrello country-blues. Fregandosene delle mode e affrontando con indifferenza gli attacchi del pubblico allergico ai cambiamenti: dai fischi che lo sommersero a Newport nel 1965 quando imbracciò la chitarra elettrica, lui che era il simbolo del sound acustico di Guthrie, allo sconcerto degli intellettuali di sinistra per la conversione al cristianesimo nel 1979 in una trilogia di album dai testi ispirati al catechismo evangelico. «Ho aperto il mio cuore al mondo e il mondo è entrato», dice in “False prophet”, una delle sue ultime canzoni. Mai timoroso di deludere il suo pubblico, Dylan, al contrario, ha sempre cercato di spiazzarlo, stravolgendo gli arrangiamenti e i testi dei brani più famosi nelle esecuzioni dal vivo, fino a renderli quasi irriconoscibili. Oppure dedicando due album al repertorio di Frank Sinatra e incidendo una raccolta di canzoni natalizie tradizionali: dischi strepitosi, trascinanti e carichi di swing, che hanno insegnato ai dylaniani ad ampliare i loro orizzonti musicali e a rendere più elastico il gusto di una generazione un po’ snob. La lezione di Bob Dylan è stata quella di abbracciare con passione tutta la musica di qualità, dal folk puro ai classici evergreen, dal blues al soul, dal rock al pop. Nella sua fluviale discografia, non si sa se preferire gli immortali capolavori in studio, da “The freewheelin” (1963) a “Rough and rowdy ways” (2020), o i travolgenti album dal vivo, tra i quali spiccano “Before the flood” (1974) e “At Budokan” (1979), dove si avverte più vivo il carisma di un artista che si è rifiutato di cristallizzare le sue esibizioni in uno standard di maniera.

E che, se avesse accontentato il pubblico, avrebbe tradito se stesso. Miscela prodigiosa tra il rock and roll di Little Richard e i testi poetici dei simbolisti francesi, tra gli hobos rurali e la Beat Generation metropolitana, Dylan ha allargato la cerchia dei fruitori di poesia e ha convinto i letterati colti ad avvicinarsi al rock, mandando a braccetto il popolo peace, love and music di Woodstock e l’Accademia del Nobel di Stoccolma. Per raccontare la personalità complessa e sfuggente di Dylan, il regista Todd Haynes la sfaccettò in sei personaggi, interpretati da attori diversi nel film “Io sono qui”, fin troppo ambizioso. Meglio il Martin Scorsese di “L’ultimo valzer”, impeccabile ripresa dell’ultimo splendido concerto della Band, e del recente “Rolling thunder revue”, finissimo ritratto di un artista multiforme. Così camaleontico da aver citato, nella canzone “I contain multitudes” del suo ultimo album, un verso di Walt Whitman che sembra scritto per lui: “Sono un uomo contraddittorio, sono un uomo di molti umori: sono vasto, contengo moltitudini”. Così vasto da aver contribuito ad ampliare anche il linguaggio della musica, nonché l’anima di chi la ascolta. Come ha detto Bruce Springsteen, se Elvis Presley ha liberato il nostro corpo, Bob Dylan libera la nostra mente. —

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