Gioco
Addio a Giuliano Scabia, drammaturgo e poeta fuori dalle convenzioni dal Gruppo 63 fino a “Marco Cavallo”
FIRENZE. Con quell’aria da fanciullo, il passo leggero come sospeso su un filo, il sorriso docile da viaggiatore curioso, la chioma bianca, Giuliano Scabia non aveva età. Se n’è andato ieri che di anni ne aveva 86 e non glieli avresti dati. Era nato a Padova, ma da anni stava a Firenze: lo incontravi in bicicletta fra il Duomo e San Marco.
Aveva la vista di chi sa vedere oltre le cose, al di là dell’immediata circostanza, con chiarezza d’incanto e destrezza di poeta. Era un visionario educato, capace però di scardinare riti e convenzioni, partendo dal Sessantotto, l’esordio alla Biennale, le stagioni dell’avanguardia, il Gruppo 63, i testi aperti, la polifonia ambientale, le formule militanti dell’animazione, i laboratori nei quartieri operai di Torino, le “azioni” teatrali con i ragazzi sparse per l’Abruzzo. Un teatro vagante e pellegrino, per boschi e per sentieri, per ripe e per crinali, anche disperso nel soffio del vento o nel crepitio delle fronde, riserva di ispirazione, visioni, evocazioni. Le “camminate” di Scabia rileggono le funzioni e la finalità del teatro, mito e distrazione, poema che affonda nella natura, nei paesaggi, negli alberi, nei cieli, morbido e affabulante, come la sua voce, piccola e amorosa. E se di quel suo passo liquido, tante volte di recente accompagnato al festival Armunia di Castiglioncello, ci mancherà la forza e la fantasia, l’eloquenza taumaturgica e l’eleganza trobadorica, la memoria torna indietro, agli anni Settanta, che furono caldi e ingrati, toccati dalla febbre ma anche dall’audacia di un altro mondo possibile. E allora ecco “Marco Cavallo” coi ricoverati e gli operatori dell’ospedale psichiatrico di Trieste diretto da Franco Basaglia; ecco “Il gorilla quadrumàno” con gli studenti del Dams bolognese, stimolati alla ricerca di un “teatro di stalla” sulle montagne dell’Appenino emiliano; ecco “Il diavolo e il suo angelo” con l’invenzione di una nuova Commedia dell’Arte.
Ciao Giuliano che il congedo ti sia lieve. —
Gabriele Rizza
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