Il Tirreno

AL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO 

Mehta, 85 anni di una leggenda Il coro d’auguri della platea

Ilaria Bonuccelli
Mehta, 85 anni di una leggenda Il coro d’auguri della platea

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Ilaria Bonuccelli

Ho visto al Maggio Musicale Fiorentino, il teatro al contrario. La platea, in piedi, che canta, rivolta al palcoscenico. Il direttore d’orchestra rivolto verso il pubblico, che ascolta. Si è appena conclusa la Tosca sotto forma di concerto. Ma nessuno lascia le poltroncine. “Tanti auguri a te”. Un coro di 500 spettatori. Più il cast. L’orchestra no. È impegnata a suonare la canzoncina più famosa del mondo. Non ci sono le candeline, la torta (al cioccolato) sta per arrivare. Il regalo è già in scena. Zubin Mehta, ancora, non lo sa. È una lettera autentica di Brahms al suo editore musicale. È datata 17 marzo 1889. Davanti a 85 peonie rosa gliela consegna il sindaco di Firenze, Dario Nardella - “Lei è violinista, vero?” gli chiede Mehta, con la sua cortesia da gentiluomo indiano – per ringraziarlo per tutte le volte che il Maestro ha diretto al Maggio, per le tournèè, per gli allestimenti straordinari, come la Turandot con la regia di Zhang Yimou rappresentata perfino a Pechino, nella Città Proibita. La lettera è un omaggio e un tributo alla scelta di Mehta di dirigire al Maggio ancora Brahms, nel teatro del quale è direttore onorario a vita. È il teatri che lo ha accolto, per la prima volta all’inizio degli anni Sessanta, quando ancora in Europa non era conosciuto e dove ha diretto, come prima opera lirica, proprio Tosca, scelta per festeggiare i suoi 85 anni. Da allora, Mehta e Firenze si sono intrecciati. Entrambi hanno cambiato colori e passo. I capelli corvini del maestro si sono ingrigiti, i colori della città si sono addolciti. La passione reciproca, invece, si è intensificata. Lo dicono i piedi degli spettatori e dell’orchestra che battono più forte delle mani. Gli applausi non bastano per esprimere la gratitudine e l’affetto per Mehta che ha diretto in tutto il mondo, ma ha lasciato il suo centro di gravità permanente a Firenze. Mehta l’ago, Firenze il suo polo nord. La musica la bussola che li tiene insieme. E dà energia a entrambi. Abbiamo la prova. Anche per gli scettici. E i cinici. Al primo atto di Tosca, Mehta entra in palcoscenico, sostenuto da un bastone. Monta sul suo podio, sostituisce il bastone con la bacchetta. E succede la magia. Perché di questo si tratta: irrompe la musica, Puccini, Tosca e il bastone sparisce. Non c’è bisogno di altro. Si spegne il Te Deum e Zubin se ne va. Dritto, energico. Non ha più bisogno di sostegno. Si aggrappa alla musica. O forse è il contrario. —

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