Gioco
Intellettuale, popolare, sempre amatissimo Battiato ci lascia un universo di canzoni
Il musicista siciliano è morto a 76 anni dopo una lunga malattia: una carriera fra sperimentazione e innovazione iniziata nel 1972
Luca Trambusti
Con Franco Battiato se ne va uno dei più completi e complessi esponenti della canzone d’autore, ma anche uno dei più amati, che riesce a mettere d’accordo pubblico e critica.
Quella del cantautore siciliano è stata una lunga e composita carriera (iniziata discograficamente nel 1972 con l’album “Fetus”) in cui si possono identificare diverse fasi, in ognuna delle quali Battiato è stato maestro e sapiente interprete nonché innovatore. Dopo il primo approccio con la forma canzone, nei primi anni ‘70 con il suo sintetizzatore (allora strumento rivoluzionario) si muove tra il progressive rock, stile legato a quegli anni, e la sperimentazione elettronica, ispirato dall’opera del compositore Stockhausen. Sono anni di grande fermento culturale, politico e musicale nei quali Battiato si cala alla perfezione anche con performance live che vanno dai grandi raduni pop (Parco Lambro) alle esibizioni teatrali con un tubo fallico che girava sopra le teste del pubblico, spinto dallo stesso, o alle coraggiose esibizioni con la radiolina che scorreva tra i canali.
Nel 1979 però, dall’incontro con il produttore, manager e discografico Angelo Carrara, la carriera del musicista siciliano svolta. Facendo tesoro delle precedenti esperienze Battiato ribalta tutto il suo mondo musicale e torna alla tradizionale forma canzone, avvicinandosi al pop che eleva in pochi anni ad un altissimo livello. Il primo episodio in questo ambito è “L’era del cinghiale bianco”, un disco, anch’esso per sonorità legato ai suoi tempi, che, pur non avendo mai raggiunto la vetta della classifica, è il primo passo in un mondo che nel tempo Battiato maneggerà con grandissima sapienza. La title track è ancora oggi uno dei brani più conosciuti ed amati del “Maestro”. Già in quell’album (peraltro il nono della sua discografia) Battiato introduce elementi di diverse spiritualità, mischiate con la mitologia e la modernità.
A quel disco ne seguono tanti altri che portano Battiato anche nelle parti alte della classifica di vendita. Con album come “Patriots” (che contiene “Up patriots to arms” e “Prospettiva Nevski”) ma soprattutto con “La voce del padrone” uscito nel 1981, il cantautore diventa molto popolare entrando nell’Olimpo del pop italiano. Eppure la sua opera è tutt’altro che banale, i suoi riferimenti si muovono tra la musica classica, il pop leggero e le influenze arabe, i suoi testi sono pieni di citazioni colte e filosofiche (a tal proposito è significativa la sua collaborazione con Manlio Sgalambro), il suo mondo è “spirituale”. Battiato è attratto dalle filosofie orientali e da quelle mediorientali. La sua abilità sta nel mischiare l’alto e il basso, l’est con l’ovest, il sacro con il profano, la classica con il pop, proiettando l’ascoltatore in un mondo dove il suo essere intellettuale e sperimentatore diviene popolare, fruibile a tutti.
Sebbene abbia raggiunto il successo vero, quello “storico” e non solo l’effimero delle classifiche, non si è mai fossilizzato su un particolare o su una univoca chiave di lettura della sua musica, ha sempre allargato il suo orizzonte, seguito e amato dal pubblico consegnandoci brani e album che sono rimasti nella memoria collettiva. Negli anni Battiato si è spostato anche sull’esperienza cinematografica realizzando tre pellicole originali e una manciata di documentari, tra cui uno su Gesualdo Bufalino, un altro su Giuni Russo e uno sullo spiritualismo buddista. Ma profondo era anche il legame con le opere teatrali colte e con la pittura. La sua aurea era quella dell’intellettuale, eppure era capace di essere amato da tutti, c’era chi in lui trovava il filosofo, il poeta chi invece apprezzava la sua ironia e la sua abilità nel raccontare mondi lontani e diversi. Con grande coerenza e senza concessioni, ha soddisfatto diverse tipologie di pubblico e non solo quello colto.
Tutto questo era mediato dalla sua immagine, sempre ascetica, apparentemente estranea alla materialità di questo mondo, più rivolta ad una visione spirituale. Eppure a frequentarlo Battiato era una persona di grandissimo spirito, divertente ed ironico. Un apparente contrasto tra l’essere e l’apparire ma mai in conflitto. Di lui, nel suo eclettismo artistico e umano, ricordiamo pagine di grande poesia e anche di protesta. Nella prima tipologia rammentiamo su tutte “La cura” uno dei più bei brani d’amore della musica leggera italiana ma anche “Ti vengo a cercare”, mentre “Up patriots to arms” o “Povera patria” sono due capolavori “politici”.
Tra i dischi di maggior spessore pubblicati da Battiato ne troviamo anche tre di cover: “Fleurs” (1999), “Fleurs 3” (2002) e “Fleurs 2” (2008). Album che dimostrano la sua capacità interpretativa e di arrangiamento. Sono brani di diversa origine ma tutti sembrano usciti dal suo repertorio, riletti con una grande personalità. Innumerevoli poi sono le sue collaborazioni: le più celebri e fortunate quelle con Giuni Russo e Alice, che con “Per Elisa” firmata da Battiato (e lo storico collaboratore, il violinista Giusto Pio), ha vinto Sanremo nel 1981. Ma ricordiamo anche Francesco Renga, il dissacrante folk rock dei pugliesi Folkabbestia (in “L’Avvelenata” di Guccini), partecipa a “Linea Gotica” dei Csi (che rileggono con un cameo di Battiato la sua “E ti vengo a cercare”), spesso canta con l’amico e conterraneo Luca Madonia (ex Denovo), Mango, Subsonica, Bluevertigo e tantissimi altri.
Sebbene assente da qualche anno dalle scene e segnato da una lunga quanto misteriosa malattia, la scomparsa di Franco Battiato lascia un vuoto nel mondo della musica e della cultura italiana. Comunque grazie Maestro. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
