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Il “Guerriero” di Moore torna a Palazzo Vecchio dopo 50 anni di errori

Gabriele Rizza
Il “Guerriero” di Moore torna a Palazzo Vecchio dopo 50 anni di errori

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FIRENZE. È una storia molto fiorentina. Fra clamorose sviste, superficialità amministrativa, tipica supponenza e scarsa gratitudine. Con inevitabile strascichi di polemiche e tardivi mea culpa. Una battaglia culturale che si è consumata attorno a una scultura di Henry Moore che oggi giunge a conclusione.

All’indomani della mostra organizzata al Forte Belvedere nel 1972, Moore decise di donare alla città un suo bronzo, “Guerriero con scudo”, realizzato nel 1953 e poi esposto quell’occasione. Il Comune si stava adoperando per acquisire una seconda opera dell’artista, “Figura distesa”, all’epoca conservata a Berlino. Era un modo per rinsaldare quel legame fra l’artista inglese e Firenze così felicemente rivelatosi sui bastioni del Forte. Il progetto, come spesso succede da queste parti, naufragò e non se ne fece di nulla. La “Figura distesa” rimase a Berlino e il “Guerriero” destinato alla Loggia di Saturno di Palazzo Vecchio finì in un angolo, un cortile anonimo, esposto alle intemperie che ne misero a rischio la patina in metallo. Oltre a essere deriso dai fiorentini, apostrofato il “monumento al monco”.

Informato della cosa e della sorte toccata alla sua scultura, Moore non ci pensò due volte e ne richiese la restituzione. La vicenda suscitò grande scalpore, rimbalzando anche sulla stampa internazionale. Il “Guerriero” rientrò in Inghilterra. Poi negli anni Ottanta si corse ai ripari e grazie a una ripresa del confronto con gli eredi di Moore e all’interessamento del British Institute, cui l’opera venne donata per volere della famiglia dell’artista, il bronzo riprese la strada per Firenze per essere collocato nel chiostro del complesso monumentale di Santa Croce, dove finora è rimasto.

Ora a cinquant’anni dalla mostra che lo vide trionfare sugli spalti del Forte, il “Guerriero” torna a casa e fino al 9 gennaio lo si può ammirare in Palazzo Vecchio, al centro della Sala Leone X, sottostante quella Terrazza di Saturno che era il palcoscenico sognato per lui da Moore. —



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