Il Tirreno

«Vorrei scolpire l’opera con la voce, come faceva il grande De Stefano»

Il.Bo.

Francesco Meli, il tenore, domani sarà Cavaradossi a Firenze Per portare i bimbi a teatro basta dire: «Andiamo a vedere una storia» 

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Non si intimorisce davanti a un bambino, Francesco Meli, uno dei più dotati tenori del mondo. Per invitarlo a teatro, a vedere l’Elisir d’Amore, o l’Aida, o magari la Tosca che canterà domani a Firenze al Maggio Musicale, gli direbbe, senza esitazione: «Andiamo a vedere una storia. Andiamo a vedere cosa succede, cosa hanno deciso di raccontarci stasera». Poi, il tenore genovese, che ha reso Mario Cavaradossi il pittore più amato della lirica, dopo l’allestimento della Scala diretto da Riccardo Chailly, aggiunge: «Questo è quello che dovremmo dire al pubblico, a tutto il pubblico. Tutti dovremmo andare a teatro per seguire una storia. Per vedere che cosa succede, ad esempio, con Tosca a Roma, nei palazzi del potere di fine Ottocento e spiare dal buco della serratura vicende di cui non saremmo mai testimoni nella vita quotidiana. Storie di cui magari conosciamo la trama, ma così avvicenti che, ogni volta, speriamo, fino all’ultimo momento, in un finale diverso».

Meli, l’arte come ce la racconta lei è bellezza. La metà complementare della nostra vita. Eppure, insieme alla musica, alla cultura, è stata considerata dalla politica sacrificabile durante la pandemia. Come se lo spiega?

«Si pensa sempre più di frequente che l’arte, la musica siano solo intrattenimento, qualche cosa di superfluo, senza renderci conto che la cultura è una parte integrante, direi fondamentale della vita dell’essere umano. Si considera la musica una specie di colonna sonora, un sottofondo da ascoltare distrattamente magari mentre si cucina, quando è l’arte che esalta i sentimenti delle persone, ci dà conforto, esprime gli stati d’animo anche meglio delle parole, anche senza. Esiste senza immagini, ma le evoca. Esiste senza parole, ma le ispira».

Però, non è così che l’arte è considerata. Lo abbiamo sperimentato con i teatri chiusi, fino a pochi giorni fa.

«È così. Gli spettacoli, il teatro, la cultura e tutti noi siamo diventati una sorta di circo, solo intrattenimento. Non si afferra l’essenza profonda dell’arte».

Eppure anche lei ha reso Cavaradossi, l’amante di Tosca, un personaggio “popolare”, noto anche a chi non frequenta abitualmente i teatri, l’opera. Come c’è riuscito?

«Non lo so, in tutta sincerità. A volte, un certo pubblico mi dice che avverte come molto autentico quello che interpreto in scena. Probabilmente è questo: provo sempre a vivere le emozioni che sta provando il mio personaggio e alle persone arriva il sentimento sincero che cerco di esprimere, senza andare a cercare effetti innaturali o stravaganti».

Oggi lei è considerato uno dei migliori Cavaradossi in circolazione. C’è un tenore al quale piacerebbe “assomigliare” in questo ruolo?

«Ogni tenore ha cantato questo ruolo con caratteristiche proprie. E non credo che ci sia un tenore che abbia interpretato il ruolo in modo perfetto, senza alcuna sbavatura. Tuttavia, a me piacerebbe avvicinarmi a certi effetti dinamici di Giuseppe De Stefano che è stato un tenore lirico come oggi lo sono io. De Stefano è stato un tenore non particolarmente stentoreo, ma capace di modulare la voce in modo straordinario, con “pianissimi” di grande efficacia. Era uno “scultore” della parola. Ecco questo mi piacerebbe riuscire a fare: scolpire la parola come lui, con la sua raffinatezza». In sostanza, scolpire l’opera. —

Il.Bo.

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