Sicurezza
«Rendo giustizia a Scarpia seguendo le indicazioni scritte da Puccini»
Il baritono Luca Salsi restituisce al barone le sfumature originali «Studio col mio maestro toscano: Meliciani mi fa il tagliando alla voce»
Ilaria Bonuccelli
Sembra di vederli. Luca Salsi, in piedi, accanto al pianoforte. E Carlo Meliciani, con le mani sulla tastiera. Due generazioni di baritoni a confronto. Entrambi verdiani, “stessa corda”, stessa scuola. Quella di Carlo Tagliabue, la storia dell’opera italiana. Meliciani ha lo sguardo burbero e l’accento toscano. Gli anni a Empoli non hanno tolto la ruvidezza della calata aretina. «Il teatro logora», borbotta. E giù ore di tecnica, a ripulire la voce. A “fare il tagliando”, ride Luca Salsi, lo Scarpia più famoso che c’è da quando Tosca ha aperto la stagione della Scala nel 2019. Domani sera, al Maggio Musicale di Firenze, sarà di nuovo il barone, insieme a Francesco Meli, il Cavaradossi del successo scaligero. Sul podio, stavolta, c’è Zubin Mehta, che sceglie Tosca per festeggiare il suo compleanno: 85 anni.
Salsi, lei è un tenore verdiano, già molto noto. Questo Scarpia, però, l’ha resa popolare. Perché?
«Avevo già interpretato Scarpia, ma alla Scala c’è stata una svolta proprio per l’impronta che gli abbiamo dato sia a livello musicale, con il maestro Riccardo Chailly, sia a livello scenico con Davide Livermore. Lavorando molto, abbiamo cercato di rendere giustizia a quello che Puccini aveva scritto per questo personaggio. Abbiamo provato a togliere certi “vezzi” che la tradizione ha voluto per il barone e a seguire al massimo le note e le indicazioni di Puccini».
Quali sono queste indicazioni?
«Puccini è molto simile a Verdi: scrive tutto quello che vuole. Quando vuole un suono non cantato, ma parlato lo scrive: “con voce parlata” . Dà indicazioni proprio sulla vocalità. Ma spesso non è seguito e anche se gli effetti sono molto anche belli, accattivanti per lo spettatore non è quello che il Maestro ha indicato. Penso che sia giusto ritornare a cantare quello che il compositore ha scritto. Ecco penso che il successo del mio Scarpia sia questo: ci sono note scritte e io le canto come sono state scritte, al meglio delle mie possibilità. Per essere rispettoso della volontà del compositore».
Questa Tosca di Firenze è sotto forma di concerto: non teme che senza narrazione scenica possa risultare meno coinvolgente per lo spettatore?
«Tosca è talmente bella che funzionerebbe bene in concerto anche solo con il pianoforte. Ci sono, invece, opere che hanno bisogno della narrazione scenica. Puccini in questo è davvero geniale. Quasi sempre scrive un’orchestrazione che è talmente bella che potrebbe fare anche a meno dei cantanti. Quando abbiamo fatto Tosca alla Scala andavo a sentire le prove musicali, le prove di lettura (con la sola orchestra) perché mi piaceva ascoltare tutta l’opera senza che nessuno cantasse».
Dopo Chailly, Scarpia con Mehta.
«Sono un artista fortunato. Cantare con lui è un onore , un orgoglio immenso: per Tosca è uno dei punti di riferimento negli ultimi decenni».
Si sente preparato?
«Sono una persona che studia sempre. Ho studiato a Parma, con il soprano Lucetta Bizzi, che mi ha dato un’impostazione molto bella. Poi ho avuto la grande fortuna di incontrare Carlo Meliciani. Mi ha insegnato tutto quello che sa, quello faceva in teatro. Lui è stato allievo di Tagliabue, tanto che a volte mi dice “In questo passaggio mi ricordo che Tagliabue mi aveva detto di fare così”. Mi viene la pelle d’oca. Attraverso di lui imparo dal grande Tagliabue. Quando mi dicono “Tu canti all’antica”, magari pensando di non farmi un complimento, non sanno che mi stanno facendo il più grande dei regali”.
Ma Meliciani la rimprovera ancora?
«Con Meliciani ho iniziato a studiare venti anni fa e sono andato da lui, a Empoli, proprio pochi giorni fa prima di partire per Vienna, dove canterò Macbeth. Quando fai questo mestiere ci vuole sempre una persona della quale ti fidi, che ti faccia un tagliando della voce, che ti ascolti. Mi rimprovera? Mi brontola un sacco. “Hai preso i vizi, il teatro logora”, mi dice. Mi “pettina” tutte le volte. La cosa più bella è che dopo 20 anni che ci vado, mi svela ancora elementi nuovi di tecnica. Di questo non riesco a capacitarmi. Mi dice sempre: “Questa cosa non te l’ho mai detta. Ora sei pronto per saperla. Maestro non poteva dirmela prima? No”. Non era il momento». —
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