Il dolore
Storia dell’ebreo che incantò Vespasiano e i Romani
Sopravvissuto all’assedio di Jotapata, nella Galilea del ’67, l’ebreo Giuseppe Flavio fu portato davanti al generale vincitore Vespasiano. Il prigioniero lo chiamò “imperatore”, anche se era ancora vivo Nerone, e Vespasiano pensò che si trattasse di uno zelo provocato dalla paura. Quando però, due anni dopo, Vespasiano diventò davvero imperatore, ordinò che Giuseppe venisse liberato, affermando che «era vergognoso fosse ancora in catene colui che mi predisse l’impero e fu ministro della voce di Dio». Un clamoroso colpo di fortuna? No, sostiene Luciano Canfora in questo suo ultimo magistrale saggio, si trattò di «furbizia» e «azzardo», di un vinto astuto che «giocò una carta spericolata e vinse». Avendo le antenne sensibilissime, Giuseppe aveva percepito l’opinione comune che il potere sarebbe andato a qualcuno venuto dalla Giudea. Poi continuò a vivere rischiosamente, perché scrisse “La guerra giudaica”, un’opera storica nella quale doveva rimanere in un difficile equilibrio: da una parte bisognava elogiare Vespasiano, l’imperatore che lo aveva liberato e anche gratificato della cittadinanza romana, dall’altra non poteva deformare troppo i fatti accaduti né passare per un traditore del popolo ebraico. Così rovesciò la responsabilità della spietata repressione romana sui “sicari”, estremisti ebrei fieramente avversi all’impero. Dando un colpo al cerchio contro l’antigiudaismo e uno alla botte in favore del nuovo imperatore Tito, Giuseppe Flavio si è coperto di gloria: è uno dei rari autori la cui opera ci è arrivata intera, Cassiodoro lo definì “il Livio greco” e pare che i Romani gli abbiano eretto pure una statua. Ma questo è niente: il bello è che si dimostrò così vispo da intuire il trionfo del cristianesimo e il suo vero capolavoro fu quello di aprirsi alla nuova religione. Consapevole di avere bruciato i ponti con l’ebraismo, fu il primo storico a testimoniare il racconto della vita e della morte di Gesù, a datare il governo di Ponzio Pilato e a parlare della resurrezione. Assicurando così l’immortalità ai suoi scritti. —
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