Il Tirreno

l’esordio della popolarissima camihawke 

All’influencer con un milione di fans non è necessaria la bella scrittura

Lorenzo Marchese

“Per tutto il resto dei miei sbagli”: uno strano modo di intendere la letteratura. Però funziona

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Lorenzo Marchese

Di fronte all’esordio di Camilla Boniardi, “Per tutto il resto dei miei sbagli” la domanda più immediata («Perché è in cima alle classifiche di vendita?») è la meno interessante. Boniardi, in arte Camihawke, è una influencer popolarissima e rispetto ai colleghi ha il vantaggio di non essere specializzata su un solo settore.

Con una competenza disciplinare che va dal book blogging alla cucina (ha condotto un programma tv in coppia con Carlo Cracco), si è assicurata un bacino di oltre un milione di follower, che stanno comprando il suo libro con la prontezza con cui si clicca su un banner online, o per incensarlo o per stroncarlo brutalmente, dato che nell’estetica della ricezione social altro non entra.

La quarta di copertina incentiva l’impressione che a contare sia chi narra, non la storia: da quella soglia, ci si crea l’aspettativa di un libro autobiografico in cui troveremo la confessione a ruota libera di una diretta emanazione dell’autrice, problematica e adorabile, abbastanza glam per fungere da modello con un po’ di controbilanciamento “al naturale” per favorire l’identificazione. Nulla che abbia a che vedere con la trama, di per sé poco interessante anche se a scrivere fosse stato un ghostwriter capace: ragazza conosce ragazzo a un concerto, se ne innamora, si scrivono per un anno, si lasciano perché la ex in coma di lui incombe, tornano assieme, sipario sulla presentazione a casa dei suoceri.

Se si legge il testo in profondità, e non è detto che sia l’approccio consigliato, una domanda pertinente sarebbe: che cos’è la letteratura per Camihawke?

“Per tutto il resto dei miei sbagli” non è un testo piatto, calcato sull’orale delle dirette social. Colpisce, in un’autrice classe 1990, che scrivere bene sia, sparsamente, il ricorso all’aulicismo da liceo classico fatto male («Volevamo riscoprirci fanciulle spensierate e ridere leggere»); l’aggettivazione telefonata quasi sempre prima del sostantivo, forse per accentuare l’impressione da libro stampato («rovinosi sviluppi», «l’animata tifoseria»); il tecnicismo incongruo («l’eziologia di questo dettame»), lo stile da rapporto della Stradale, di cui l’Italo Calvino convocato nel romanzo come totem culturale avrebbe sorriso. Sorprende, anche, la masticazione goffa delle figure retoriche.

Quanto più Boniardi vuole scrivere “alto” per distinguersi agli occhi del pubblico come influencer colta, come provano gli accostamenti editoriali a Jane Austen e Sally Rooney, tanto più rivela il divario non voluto fra l’ideale artistico a cui tende e il risultato, che è il trash.

Eppure, l’esordio di Boniardi ha un pregio duplice: primo, dice che anche chi non sa scrivere, e vende con un solo libro più di Fenoglio in tutta la sua vita, cerca una legittimazione artistica. Secondo: ci rivela che la letteratura, per chi è egemone nella comunicazione contemporanea, è in sostanza un sistema di ornamenti libreschi, una reminiscenza tutta esteriore che si sfoggia, con modi da parvenu, per dimostrare che “non si è da meno”.

Invece di farsi forti del proprio non essere scrittori, si cerca di scimmiottarli, evocando tutti i vantaggi della profondità senza pagare il prezzo che lavorare sulla pagina, e andare a fondo dentro ciò che non si vuole sapere di se stessi, comporta. La letteratura diventa una parodia di cui Boniardi (con tanti prima e dopo di lei) assimila il linguaggio, continuando a veicolare contenuti-spot da cui esce rafforzata la vendibilità del prodotto-influencer: per capirlo con la forza dell’esempio, questo libro è perfetto. —

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