Gioco
Il nuovo Bobo Rondelli canta la malinconia: «Sono un cuore libero ma non so stare solo»
Il singolo “Sabrina” anticipa l’album in arrivo a giugno «Parlo di ricordi, di amori e di incontri che fanno crescere»
Il nuovo viaggio musicale di Bobo Rondelli parte guardando al passato. È infatti con un singolo dal titolo “Sabrina” che si preannuncia “Cuore libero”, il nuovo album del cantautore livornese che sarà disponibile dall’11 giugno. “Sabrina” è una persona realmente esistita di cui Rondelli ha già scritto in un racconto contenuto nel suo libro del 2019 “Cos’hai da guardare”. È il ricordo di un giovane amore preadolescenziale, della Livorno anni ‘60 «quella del quartiere Pontino San Marco, dove sono cresciuto nei cortili di case popolari, un po’ più per “signori” grazie all’ascensore e al garage».
Sabrina era la stella del cortile e con il brano Rondelli ne celebra il ricordo con gli occhi del ragazzo, perché la storia, la canzone non lo dice, è purtroppo finita male, come per tanti altri giovani negli ‘80. Bobo ricorda il momento tenero e delicato, quando il crescere è un’avventura, una continua scoperta. «Sabrina – dice Rondelli – è la prima bambina che m’ha iniziato all’eros. Ancora oggi la sogno e mi dà gioia, immagino che stia volando da qualche parte. Non si muore del tutto si rimane nei sogni, questa è la mia visione della spiritualità. Inoltre – prosegue l’autore – volevo regalare al fratello una bella storia di lei. Suo fratello era uno degli amici d’infanzia e ancora oggi siamo in rapporti». “Sabrina” è una dolce e poetica ballata per voce, chitarra e pianoforte, lo struggente ricordo di una persona e di un mondo che non c’è più. «Si giocava nei cortili, si viveva liberamente in strada, c’erano poche macchine, non c’erano palestre, parabole tv e telefonini. Oggi non c’è tempo per l’emozione, l’introspezione e gli amici».
Il singolo “Sabrina” anticipa “Cuore libero” che, annuncia il cantautore «sarà un disco malinconico, vicino a “Per amor del cielo” del 2009, con canzoni d’amore, per voce e pianoforte, uno stile sonoro minimale, per lo più registrato in casa, durante il lockdown. Sarà arricchito da archi veri e finti».
«Sono dodici canzoni – continua Rondelli – che parlano di mio padre, della fine di un amore e l’inizio di uno nuovo, dei ricordi. C’è molto di me, sono storie personali». A proposito del titolo “Cuore libero” dice: «Non mi piaceva, ho lasciato scegliere agli altri. Sì, sono un cuore libero ma non riesco a stare da solo, ho bisogno di una persona accanto». Quello di Rondelli con l’amore è un rapporto conflittuale e ne canta spesso. «Ci sono vari modi di viverlo e raccontarlo – dice – a volte con rabbia, altre con accettazione amorevole della fine con l’idea dello “speriamo stia male anche te, magari non come me”. Anche la sofferenza della fine di un amore porta a crescere e comunque valgono di più le storie d’amore che un romanzo, perché ogni persona che entra nel tuo mondo, e viceversa, arricchisce molto». Ma l’amore va e viene anche se Bobo invidia «chi ne ha avuto uno solo nella vita, ma è gente come i nostri genitori, che hanno visto bombe, guerra, miseria, hanno visto il primo frigo. È stato un viaggio insieme, con qualcosa da costruire; ora c’è sempre un cellulare, un telecomando, tentazioni e distrazioni».
L’amore è dunque vita e costruzione. «Stando soli ci si può incattivire, buttare sul denaro. Innamorati si butta il cuore sulle stelle, si è più forti. Con un’altra persona si aggiusta il tiro».
Rondelli, un grande cantautore, è un artista (ma non vuole essere chiamato così) la cui poetica si divide tra il comico e il drammatico (soprattutto sul palco), è il suo carattere, la sua visione della vita. «Mi piace – dice il musicista livornese – far arrivare come un cazzotto la roba triste e allegra, fare sgambetti, spiazzare con la tragedia legata alla comicità. D’altronde ci sono tanti esempi in questo senso: Chaplin tende più al drammatico che al comico, Stanlio e Ollio sono profondamente tristi, però c’è anche la poesia di due vagabondi. Si tende ad intellettualizzare ma non è male far ridere, e – prosegue – se rido io, ridono anche gli altri. Mi piacciono i due aspetti, il comico e il drammatico, perché così è la vita. Poi mi piace raccontare le cose sfigate, non i trionfi perché l’eroe è sempre un perdente. Se vinci più volte non sei più credibile e secondo me, il vincente è colui che perde sorridendo. È brutto stare tra i sempre vincenti, sono loro i più perdenti». E così Bobo, ingiustamente, ama iscriversi alla categoria dei perdenti, i “Born to lose” come li definisce ricordando il brano di Johnny Thunders, tra chi sceglie di vivere ai margini della propria arte per purezza, carattere o per attitudine punk. «Mi piace quando mi dicono grazie – dice – ma non cerco di incantare troppo, di arrivare a quello che sentono tutti. Ho bisogno di un abbraccio, di trovare amici in ogni città, nelle province perché mi sento un cantante di provincia. Poi ti chiamano artista, ma non amo le etichette».
Non si capisce mai dove l’amarezza cede il passo all’ironia. E intanto Bobo si porta a casa la Targa Fabrizio De Andrè alla carriera. —
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