Il Tirreno

Dante è di nuovo un cittadino di Firenze nelle sale dove fu condannato all’esilio

Gabriele Rizza

Apre oggi la grande esposizione al Bargello incentrata sugli affreschi di Giotto e sulle antiche copie della Commedia

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Gabriele Rizza

FIRENZE. Pandemia imperante abbiamo dovuto aspettare. Ma ne valeva la pena. Siamo stati ampiamente ricompensati. Rimandata un paio di volte, causa Covid, la mostra che si apre oggi al Bargello, raffinato trionfo dei settecento anni dalla morte dal Sommo Poeta, mette al centro due spettacolari tasselli dello sterminato mosaico dantesco: i libri e gli affreschi.

I primi sono le sensazionali copie della Commedia e non solo, pagine aperte di palpitante emozione, scritte annotate commentate arabescate miniaturizzate, provenienti dalle storiche biblioteche fiorentine (Nazionale, Riccardiana, Medicea Laurenziana) ma anche da Milano, Parigi, Toledo, Città del Vaticano, New York. I secondo sono i lasciti (quel che rimane) del racconto giottesco, finalmente restaurato, che occupa volta e pareti della Cappella del Podestà, imprescindibile punto di partenza per la ricostruzione del rapporto fra Dante e Firenze, dopo la condanna il 10 marzo 1302 e la morte in esilio.

«L’affresco – ricorda la direttrice del museo Paola D’Agostino – testimonia la sorprendente inclusione del poeta tra le schiere degli eletti nel Paradiso. Il dipinto, realizzato nel 1337 dagli allievi e collaboratori di Giotto, si trova nel luogo simbolo del connubio tra la giustizia degli uomini e quella divina e della riappacificazione tra Firenze e il suo illustre figlio».

La mostra, dal titolo “Onorevole e antico cittadino di Firenze”, curata da Luca Azzetta, Sonia Chiodo e Teresa De Robertis (come il ricco catalogo edito da Mandragora) passa in rassegna il lavoro di ricostruzione postuma e amplificazione della parola dantesca negli anni immediatamente successivi alla sua morte fino alla metà del Trecento, scoprendo preziosi manoscritti, dipinti, tavole a fondo oro, documenti d’archivio. «Si tratta – sottolineano i curatori – di copisti, miniatori, commentatori, lettori, volgarizzatori, le cui vicende professionali e umane si intrecciano fittamente, restituendo l’immagine di una città che sembra trasformarsi in uno scriptorium diffuso, al centro del quale campeggia la Commedia, e in cui i libri circolano con abbondanza e prendono vita nuove soluzioni artistiche e codicologiche proprio in relazione al poema dantesco».

Tra le opere in mostra spicca il “Lignum Vitae” di Pacino di Bonaguida, capolavoro su tavola conservato alla Galleria dell’Accademia, realizzato dal pittore e miniaturista tra il 1310 e il 1315, che traduce per immagini, in modo insolitamente dettagliato, i temi del testo di San Bonaventura da Bagnoreggio, scritto nel 1274.

Il Bargello è luogo dantesco per eccellenza. Qui infatti nella Sala dell’Udienza dell’allora Palazzo del Podestà (oggi Salone di Donatello) il 10 marzo 1302 Dante venne condannato all’esilio definitivo. Nell’attigua Cappella, solo pochi anni dopo (tra il 1333 e il 1337) Giotto, con la sua scuola, impostava il suo ultimo capolavoro, ancora poco noto al grande pubblico, e ritraeva per la prima volta il volto di Dante, includendolo tra le schiere degli eletti nel Paradiso. Proprio attorno a questo ritratto, la prima effigie nota del padre della lingua italiana, si delinea quel processo di costruzione della memoria che permetterà a Firenze di riappropriarsi dell’opera e della figura dell’Alighieri.

Aperta fino all’8 agosto. —

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