Sicurezza
Il razzo cinese cade sulla Terra. «Ma non dovrebbe fare danni»
«Questo non significa rischio zero». Il professor Cervelli analizza la traiettoria. L’oggetto spaziale pesa venti tonnellate ed è entrato in orbita per errore
PISA. «La conclusione è che si può dormire tranquilli. Di tutto quello che cade dallo spazio sulla Terra, tra detriti e meteoriti a oggi l’unico essere vivente ucciso da un oggetto dal cielo è un cane egiziano. E qualche cosa inanimata: una macchina con una ruota danneggiata e un camion col pianale ammaccato. E una signora uscita con solo qualche graffio da una caduta di un meteorite. Tutta questa paura di essere colpiti da un questo razzo è francamente eccessiva».
Commenta così il professor Franco Cervelli, professore di fisica dell’Università di Pisa e dirigente dell’Infn (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), la notizia della caduta sulla Terra, prevista indicativamente domani, del primo stadio del lanciatore cinese “Lunga marcia 5 B”, un oggetto di 30 metri e 20 tonnellate entrato in orbita per errore dopo aver sganciato un pezzo della stazione orbitale cinese il 29 aprile scorso, e da quel momento fuori controllo.
Il modulo portato in orbita dalla Cina è uno degli elementi del Palazzo Celeste, la futura stazione spaziale. È il luogo in cui lavoreranno i primi astronauti cinesi, i taikonauti, non appena arriveranno a bordo.
Un oggetto di queste dimensioni senza controllo che conseguenze effettive può avere e dove cadrà?
«La probabilità che i pezzi che rimangono colpiscano zone abitate e facciano danni è molto bassa, il che non vuol dire rischio zero. Premetto che è difficile fare previsioni sul punto preciso di rientro, si saprà solo poche ore prima dell’arrivo al suolo, quando rientrerà nell’atmosfera. Secondo una stima fatta dall’università di Harvard quando entrerà nell’atmosfera, di quell’oggetto rimarrà solo al massimo il 40%, il resto brucerà e, nella migliore delle ipotesi, si potrebbe spezzare in tanti piccoli pezzi. Se si disintegrasse si spargerebbe su una scia di 100/150 chilometri facendo danni contenuti. A oggi la sua orbita è tra + 41° e – 41° di latitudine, una fascia intorno all’Equatore e la sua traiettoria passa sopra Pechino, Chicago, New York, Madrid, a sud di Roma, il Cile e la Nuova Zelanda».
Quali pericoli corre la Terra con i detriti spaziali?
«Consideri che ogni anno ritornano al suolo pezzi e pezzettini di satelliti e razzi per una massa totale di 100-150 tonnellate. Il vero pericolo e la vera paura della comunità internazionale è la possibilità che il detrito colpisca un altro satellite, cosa che avrebbe conseguenze gravi, l’urto sarebbe così violento da disseminare tanti pezzetti di detriti spaziali intorno alla Terra compromettendo l’attività nello spazio per anni a venire. Il rischio è però scongiurato perché si trova a 160 km. di altezza, troppo basso per colpire un satellite».
Perché è successo e cosa non ha funzionato?
«Esiste una sorte di tacito accordo internazionale non scritto ma da tutti rispettato di regolamentazione dei lanci. I lanciatori di peso superiori a 10 tonnellate devono avere un’orbita parabolica, non devono cioè entrare in orbita perché se lo fanno, come in questo caso, sono un pericolo. È come lanciare un sasso in aria, se lo lancio sul mare non colpirà nessuno. Non a caso i centri di lancio, sono posti davanti all’oceano: dalla Guyana dove si lanciano i razzi Ariane dell’Esa (Agenzia Spaziale Europea), a Cape Canaveral della Nasa in Florida. La lunga marcia 5 B non solo non ha avuto un’orbita parabolica ma è entrata in orbita e per di più i cinesi ne hanno perso il controllo».
L’interesse verso lo spazio è grande: nella space economy anche l’Italia fa la sua parte?
«È partita la gara per la conquista dello spazio. Concludo con una notizia che ci riguarda: quando la stazione spaziale cinese sarà finita conterrà un pezzetto di Italia, un esperimento italo cinese, il calorimetro “Herd” che misurerà i raggi cosmici di altissima energia. Vi collaboreranno Oscar Adriani, dell’Infn di Firenze e Marco Maggiora, direttore dello Ihep-Infn Joint Laboratory, Infn di Torino». —
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