Il Teatro della Toscana riparte dopo 430 giorni con Accorsi e “Orlando”
Le imprese cavalleresche del poema dell’Ariosto in scena prima a Pontedera e poi alla Pergola di Firenze
Gabriele Rizza
firenze. A scuotere le assi del palcoscenico del Teatro della Toscana, dopo mesi di forzato silenzio (almeno verso l'esterno perché dentro si è continuato a lavorare) saranno le imprese cavalleresche di Orlando, narrate da Stefano Accorsi, sulle tracce redatte da Marco Baliani, che firma anche la regia.
«Tornare a teatro dopo 430 giorni di chiusura – sottolinea Accorsi che del Teatro della Toscana è il direttore artistico – è come tornare a respirare dopo essere rimasti senza ossigeno per tanto tempo, sia per tutti noi che ci lavoriamo che per il pubblico. Tornare in scena con un testo che amo così tanto e che parla dell’amore mi sembra il modo migliore per riabbracciare tutti quelli che ci saranno». Il titolo del monologo, “Giocare con Orlando”, che domenica va in scena a Pontedera, teatro Era, e lunedì replica alla Pergola di Firenze, la dice lunga sulla voglia di riprendere in mano le redini della narrazione, interagendo col pubblico e intercettando la curiosità dello spettatore, che non aspetta altro che di rimettersi in gioco.
Niente di meglio che il poema ariostesco, che dell'amore in tutte le sue forme (perduto, sfortunato, vincente, doloroso, sofferente sacrificale, gioioso, furioso) è brillante portacolori e inesauribile metro di paragone. Alternando alle ottave originali di Ariosto quelle più prosaiche di Baliani, Accorsi usa la parola per suscitare meraviglia proprio come in una corte in cui il racconto nasce dall’incontro tra la fantasia di chi narra e lo stupore di chi ascolta. Sullo sfondo emergono i cavalli monumentali opera dello scultore Mimmo Paladino.
«La guerra – conclude Baliani – è la cornice del racconto ma l’orrore delle uccisioni si svela solo alla fine con il duello tra i più forti guerrieri di una parte e dell’altra. Lo scontro sanguinoso avviene sull’isola di Lampedusa e non può mancare un riferimento a chi sulle rive e a quelle latitudini continua a morire anche oggi, come al tempo di Carlo Magno vi morirono il re saraceno Agramante e il paladino Brandimarte». —
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