Il Tirreno

Napoleone, 200 anni dalla morte. Dall'Elba a Lucca le tracce dell’Imperatore ancora vive in Toscana

Mauro Zucchelli
Jacques-Louis David, Bonaparte valica il Gran San Bernardo, prima versione del 1803, Castello della Malmaison a Rueil
◗
Jacques-Louis David, Bonaparte valica il Gran San Bernardo, prima versione del 1803, Castello della Malmaison a Rueil

San Miniato rivendica le origini della casata Bonaparte, il padre laureato avvocato a Pisa e poi il primo esilio nell’Arcipelago, il ruolo di governo della sorella Elisa a Piombino 

8 MINUTI DI LETTURA





Altro che il ciuffone arrogante di Donald Trump o il faccino insolente di Justin Bieber, l’avesse avuto lui Twitter gliel’avrebbe fatto vedere quanti stramilioni di follower avrebbe raccattato. Parola di Alessandro Barbero, lo storico più pop del momento: Napoleone Bonaparte è stato così iconico e capace di riassumere in una frase o in un gesto tutta la sua forza che sui social non avrebbe avuto rivali. Del resto, gli è bastato ruotare il cappello – una semplice feluca senza fronzoli – per farne un simbolo che ha attraversato più di duecent’anni di storia. Del resto, gli è stato sufficiente tener “la mano nel gilet”, cioè dentro l’uniforme all’altezza dello stomaco come nel celebre ritratto di Jacques Louis David, per lasciare una traccia che sopravvive nell’immaginario di generazioni di studenti, anche i più somari. Figuriamoci le frasine celebri buone per tutti gli usi: «Guai al generale che si presenta su un campo di battaglia con un sistema». Ma anche l’esatto opposto: «Nulla si ottiene in guerra se non tramite precisi calcoli, da solo il caso non porta al successo».

Come Dante

È un po’ come per Dante Alighieri, del quale quest’anno si celebra il 700° anniversario della morte: anche per Napoleone la ricorrenza è legata a una ricorrenza in cifra tonda (il bicentenario dalla scomparsa), anche per Napoleone la fama è tale da aver varcato i confini delle aule scolastiche ed esser diventato parte dell’immaginario collettivo. Con una beffa evidentemente di marca sanfedista-reazionaria: è talmente patrimonio dei riferimenti collettivi da esser diventato il paradigma degli squinternati che, appunto, «credono d’esser Napoleone»…

Ma questo vale a maggior ragione qui da noi. E non solo perché è in Italia che hanno le radici i Bonaparte che saranno parte della piccola nobiltà nella Corsica di Ajaccio. È vero che adesso Sarzana rivendica con forza d’essere l’antica patria del casato, ma l’ha fatto anche di recente pure San Miniato per bocca del sindaco Simone Giglioli: è a Palazzo Formichini (dove ora, potere delle coincidenze, c’è una banca francese) che abitava lo zio di Napoleone, il canonico Filippo Buonaparte; è a lui che il generalissimo còrso va a far visita nel luglio 1796 quando è impegnato nella conquista di Livorno (lo attesta «un numero della Gazzetta Toscana, edita proprio a San Miniato, e un quadro di Egisto Sarri in cui Napoleone entra a cavallo in città con l’inconfondibile sagoma della Torre di Federico II sullo sfondo»).

Non solo: per quanto sia dal Cinquecento che la dynasty si sposta in Corsica, è in Toscana che Napoleone viene col padre Carlo Maria, avvocato laureato all’università di Pisa, quando appena bambino la famiglia vuol destinarlo alla carriera militare nel collegio di Brienne Le Cheateau (dove trent’anni più tardi tornerà da condottiero-imperatore per una delle battaglie più importanti anche se paradossalmente poco conosciute). Babbo Bonaparte andava col piccolo Napoleone a caccia di quarti di nobiltà toscana a San Miniato per favorirne l’ingresso nell’accademia militare che poi deciderà il suo futuro: una corrente storiografica bolla come falso storico invece il tentativo di scovarne gli ascendenti nel casato longobardo dei Cadolingi, quartier generale a Fucecchio e feudi anche fra Lari e Morrona.

Quasi la stessa data

Lasciamo perdere il Napoleone formato baby perché è quello dell’età adulta che ci interessa: e anche qui la Toscana è sul palcoscenico. Con un curioso sovrapporsi di date: prima ancora che diventasse simbolo funesto dello scudetto perso dall’Inter nel 2002 con un harakiri incredibile, il 5 maggio era stato con Alessandro Manzoni il canto della fine di Napoleone («Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore»). Era il giorno della morte nell’isola di Sant’Elena, in mezzo al nulla: nel 1815 le grandi potenze vincitrici metteranno duemila chilometri fra lui e le coste africane dell’Angola. Sette anni prima, praticamente nella stessa data (4 maggio), l’alleanza fra tutte le grandi case regnanti d’Europa l’aveva sbattuto in esilio all’isola d’Elba – un’altra isola a contrassegnare la traiettoria esistenziale del condottiero, la terza dopo appunto la Corsica degli inizi e Sant’Elena della fine – credendo di esserselo tolto dai piedi.

Pur di riuscire a farlo, avevano accettato di sbeffeggiare la “grandeur” del Nostro: gli aveva dato i pieni poteri sì ma su un’isola di 223 chilometri quadrati, a lui che fino ad allora era stato il primo leader politico, ben più di Carlo Magno, ad aver federato l’Europa (seppur a suon di conquiste anziché in nome della cooperazione multilaterale).

Perfino Tolstoj

L’impronta napoleonica resterà su Piombino e Lucca: tanto forte – soprattutto sulla seconda – che Anna Pavlovna Scerer, damigella dell’imperatrice, apre “Guerra e pace” di Lev Tolstoj proprio parlando di come la famiglia Bonaparte se la fosse presa. Con una geografia che resta in piedi per un pugno di anni ma è un atlante assai poco conosciuto nella memoria collettiva, stretta com’è fra la penisola degli staterelli (e del Granducato asburgico-lorenese) e l’Italia unificata a guida Cavour-Garibaldi.

Si parla di “famiglia” perché Napoleone metterà a regnare su Piombino e Lucca la sorella Elisa e il cognato Felice Baciocchi. Un continuo taglia e cuci di territori: prima domina su Lucca, poi ci si appiccica il principato di Piombino (ma senza l’Arcipelago), quindi si attacca il ducato di Massa portandosi appresso un spicchio di Garfagnana fino a diventare alla fine granduchessa di Toscana da Firenze. Detto così, pare un risiko senz’arte né parte: in realtà, lei non era solo la “sorella di” bensì una carismatica donna di governo se è vero che col marito in poco tempo, ad esempio, a Marlia fa realizzare quel gioiello che è la Villa Reale e a Piombino attua la riorganizzazione legislativa (codice rurale) e il riassetto delle scuole, un nuovo regolamento per i boschi, la cessione di beni demaniali fino a creare la “via della Principessa” che è ancora oggi l’arteria principale. Di più: è a Livorno che il fratello minore Luigi muore nel 1846 mentre è in un alberghetto nella zona a nord della Fortezza Vecchia in attesa di ritrovare il figlio fuggiasco.

Capitale di qualcosa

Guardando il mappamondo salta fuori che l’impero francese si sdraiava lungo le coste tirreniche fin quasi a Napoli con il ritaglio di Lucca a sé e Livorno che per la prima volta nella sua storia diventa capitale di qualcosa: del Dipartimento del Mediterraneo. Nome pomposo ma per un territorio che è grossomodo l’equivalente delle attuali province di Livorno e Pisa, così come magniloquente è l’etichetta di “arrondissement” per una sorta di conte (oltre a Livorno e Pisa, anche Volterra e poi Portoferraio).

Napoleone sbarca su una scena politico-istituzionale che nel Granducato lorenese è contrassegnata dalla stagione di riforme e di lavori infrastrutturali nel nome di Pietro Leopoldo (fino a quando, non a caso, nel 1790 salirà sul trono di guida dell’intero impero asburgico). E sarà meno dirompente che altrove il ritorno del regnante Ferdinando III. D’altronde, stiamo parlando di una realtà che, prima ancora dello “strappo” rivoluzionario post-Bastiglia, era stato il primo stato al mondo ad aver abolito la pena di morte e, guardando nello specifico a Livorno, poteva contare su un clima politico-culturale tale da dare alle stampe testi sacri dell’illuminismo come “Dei delitti e delle pene” a firma di Cesare Beccaria o come l’ “Encyclopedie” di Denis Diderot in tandem con Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert.

L’export dello spirito rivoluzionario (o della democrazia come avverrà nei secoli successivi) è un afflato che anche dietro il bicorno di Napoleone nasconde una logica di conquista e predazione. Vedi alla voce “spoliazioni napoleoniche”: pinacoteche, chiese e musei depredati di opere d’arte secondo una strategia militare esplicita e con appoggi patriottardi anche fra gli artisti transalpini. Esempi? La “Maestà” di Cimabue: curiosamente detta “del Louvre” mentre era invece nella chiesa di San Francesco a Pisa. Idem per le “Stigmate” del poverello di Assisi a firma Giotto. Poi: da Fiesole via un tris di capolavori del Beato Angelico, due dei quali oggi al Louvre e uno a San Pietroburgo. E lasciamo perdere Botticelli, Ghirlandaio e Andrea del Castagno da Firenze…

Lo sbarco a Livorno

È l’inizio dell’estate 1796 quando Napoleone conquista Livorno: i canonici dell’epoca se la prendono con le truppe che se la prendono con i Quattro Mori vedendovi l’opposto di quel “liberté égalité fraternité” che, bene o male, è ancora il motto che contraddistingue la rivoluzione dell’89 anche se declinata alla Napoleone. Il primo contatto è nel palazzo della famiglia Perier, ma con il governatore della città Francesco Spannocchi Piccolomini non volano parole gentili.

Lo considera filo-inglese e lui è a Livorno proprio per chiudere il match contro i mercanti di Sua Maestà Britannica che hanno fatto dello scalo labronico il centro della rete mediterranea dei loro traffici. Ma non è Napoleone a strangolare gli affari delle banchine livornesi: si avvertono le avvisaglie della fine del porto-emporio, benché all’inizio l’alt ai porti di Marsiglia e Genova si traduca in un momentaneo surplus di merci dirottate su Livorno.

La crisi frena la capacità di trasformazione della società ma le nuove regole così come l’organizzazione centro-periferia resterà: la città imparava che il sovrano poteva azzeccare qualcosa se “illuminato” ma erano i funzionari che dettano regole valide per tutte.

I dieci mesi all’Elba

È però all’Elba che lascia l’impronta di una presenza peraltro durata appena dieci mesi. Arriva a Portoferraio il 4 maggio 1814, anche se forse aveva fatto capolino in precedenza per capire se gli isolani lo odiavano: tre settimane prima gli avevano inventato il Principato dell’Elba come via d’uscita dopo che la disfatta nella campagna di Russia aveva aizzato il fronte dei nemici che aveva fra le teste coronate d’Europa. Avevano evitato di umiliarlo ma non era più imperatore e, anziché Versailles, ora stava nelle dieci stanze della Palazzina dei Mulini e, quando faceva meno caldo, a Villa San Martino. Regna davvero, non foss’altro perché i soldi cominciano a scarseggiare e deve ingegnarsi a trovare qualcosa da mettere a reddito. Allarga strade, sogna di creare un polo metallurgico, valorizza il vino elbano.

Basta però che gli arrivi l’ipotesi di farlo sparire da quell’isola troppo vicino alla Francia per fargli saltare la mosca al naso. È l’ora di passare al contrattacco: è vero che quando se ne va dall’isola approfitta della momentanea assenza dell’ “angelo custode” che gli inglesi gli avevano messo alle costole, ma lascia Portoferraio in mezzo a due ali di folla, leggendo proclami, con una flotta e un seguito di duemila fedelissimi con i quali puntare alla riconquista della “sua” Francia. Fino alla sconfitta finale di Waterloo.—

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web