Lutto
L’agrodolce di Virzì condisce il beffardo “N” sui dieci mesi elbani
Da rivalutare la pellicola del 2006 del regista livornese con Elio Germano e Daniel Auteuil nei panni di Bonaparte
Il nome di Paolo Virzì come cineasta è (giustamente) legato a Livorno. In realtà, dentro un curriculum fatto di una ventina di film da regista e qualcuno in più come sceneggiatore, la sua città è la protagonista soltanto di due: “Ovosodo” nel ’97 e “La prima cosa bella”, tredici anni più tardi. Chissà se a contrassegnarlo così è lo spiritaccio labronico che inzuppa l’agrodolce della sua commedia.
Vale la pena di sfogliare l’album degli amarcord di tutte queste pellicole per andare a scovarne una che è al tempo stesso “livornese” (ma molto fra virgolette perché elbana) e “napoleonica”. Si tratta di qualcosa che potrebbe essere percepito come un corpo estraneo nella produzione cinematografica di Virzì ma invece non lo è: si intitola “N. (Io e Napoleone)” ed è dedicato ai dieci mesi dell’esilio elbano dell’ex imperatore còrso. Rimasto ai margini della filmografia eppure nei giudizi del pubblico – basta guardare i voti su Mymovies, Imbd o Comingsoon – non se la cava poi molto peggio dei titoli più celebrati.
Alle spalle il romanzo “N.” di Ernesto Ferrero che si era già intascato il premio Strega sei anni prima, una sceneggiatura firmata dall’amico di sempre Francesco Bruni, livornese pure lui, e dalla premiata ditta degli Scarpelli (Furio col figlio Giacomo): la narrazione del film è incernierata attorno alla figura del bibliotecario Martino Papucci, che però nel libro di cognome fa Acquabona, interpretato da un Elio Germano che promette già benissimo anche se è agli inizi di carriera. A impersonare il condottiero còrso sul set è invece Daniel Auteuil (nel cast anche Valerio Mastandrea, Monica Bellucci e Omero Antonutti ma anche Sabrina Impacciatore e Massimo Ceccherini). La pellicola non è da Oscar ma totalizza sei nomination ai David di Donatello, premi fra Ciak e Nastri d’argento. Siccome la vita è un castello di destini incrociati capita che scelga la persona sbagliata – almeno apparentemente – per riorganizzarsi nel nuovo ruolo di imperatore sì ma non più d’Europa bensì di un’isola che è uno scoglio in mezzo al mar Tirreno. Proprio lui, il generalissimo Napoleone Bonaparte che non si fida di nessuno: come racconta Ferrero a Huffington Post, a metterlo ko sarà proprio quest’eccesso di accentramento, quest’incapacità di affidare le responsabilità a una “squadra” che non sia il nucleo d’acciaio dei fedelissimi («tutto questo lo ha perduto: specialmente in Russia dove gestire 600mila uomini di 30 nazionalità su un territorio sconfinato è impossibile»).
Perché sarebbe sbagliato Papucci-Germano? Perché, a dirla tutta, è un anti-francese doc che s’infila in quest’avventura con lo scopo preciso di cogliere l’occasione per far fuori il despota. Peccato che il magnetismo di Napoleone streghi Papucci al punto non solo di fargli rinfoderare i suoi attacchi ma anche di far mettere sull’avviso di un rischio di attentato. La mano omicida è quella dell’ex maestro di Papucci: nella pellicola si chiama Giorgio Fontanelli, e magari c’è un filo rosso che ricongiunge Virzì a un intellettuale socialista livornese che portava quel nome. Come sempre nel cineasta livornese, l’amarognolo della beffa è dietro l’angolo. Almeno altre due volte: quando la bella baronessa borbonica se la fila con Napoleone piantando in asso lui, suo devoto spasimante; quando, anni più tardi, si deciderà a imbarcarsi per arrivare su un’altra isola, quella di Sant’Elena (grande la metà dell’Elba ma in mezzo all’Atlantico), per ammazzarlo una volta per tutte. Peccato che arriverà il 6 maggio 1821, poche ore dopo la morte di N. —
M.Z.
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