Il Tirreno

“Quarto potere”, gli ottant’anni di gloria del capolavoro firmato da Orson Welles

francesca lenzi
“Quarto potere”, gli ottant’anni di gloria del capolavoro firmato da Orson Welles

Ha fatto la storia del cinema per le innovazioni tecniche e la trama, eppure fu un clamoroso insuccesso di pubblico

30 aprile 2021
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francesca lenzi

La macchina da presa fissa un cartello con la scritta “Non oltrepassare”. Una serie di dissolvenze portano lo spettatore a infrangere quel divieto, e ad avvicinarsi sempre di più a quel castello in lontananza. L’inquadratura stacca per riprendere una nevicata. Ma è soltanto il dettaglio di una palla di neve tenuta in una mano, prima di essere lasciata libera di cadere a terra, rotolare su alcuni scalini, e infine rompersi. Pochi attimi prima, la macchina da presa, si era fermata sul dettaglio delle labbra di un uomo che pronuncia una parola, “Rosebud”. Un’infermiera entra nella stanza, l’uomo è morto e viene coperto dal lenzuolo. Inizia così un film che ha fatto la storia del cinema. E che domani compie 80 anni. “Quarto potere”, esordio alla regia di un giovanissimo Orson Welles, esce nelle sale statunitensi il 1° maggio del 1941. Pochi giorni dopo un articolo negativo pubblicato dal Chicago Tribune, ma rivelato dal Rotten Tomatoes (noto aggregatore di recensioni) soltanto adesso, fa perdere alla celebre pellicola il 100 per cento di critiche positive, proprio alla vigilia dell’importante ricorrenza. La recentissima notizia conta quanto il due di briscola nell’economia di un’arte, quella cinematografica che, al capolavoro di Orson Welles deve moltissimo. Per più motivi. A partire dall’uso modernissimo della macchina da presa, della fotografia e del montaggio.

INNOVAZIONE TECNICA

La cinepresa smette di essere un semplice oggetto di registrazione, diventando soggetto consapevole dell’azione. L’uso del piano sequenza e della profondità di campo (scena nella quale gli oggetti sono tutti a fuoco), bandita da Hollywood perché considerata una distrazione per lo spettatore, torna prepotentemente al servizio del racconto. Si narra che Welles, per prepararsi al meglio alle riprese di “Quarto potere”, abbia guardato ogni giorno, per un mese, “Ombre rosse” di John Ford. Stessa storia per la luce che assume un ruolo creativo, definendo i contorni e le forme in modo drammatico e funzionale. E il montaggio? Le dissolvenze svolgono una funzione di collante nella storia, collegando spazi e tempi secondo una narrazione non omogenea.

PARABOLA UMANA

“Quarto potere” racconta la storia di un magnate dell’editoria, Charles Foster Kane. E lo fa, incipit a parte, prendendo spunto dalla creazione ad hoc di un cinegiornale e dalla successiva indagine giornalistica tesa a scoprire il significato dell’ultima parola in vita del protagonista. Eppure il film di Welles è la sublimazione della finzione cinematografica. Una parabola messa in scena in modo apparentemente oggettivo, che – in verità – di reale non ha nulla. La ricerca snervante dell’origine di “Rosebud” è il pretesto dichiarato per raccontare la natura umana, l’ascesa e la discesa di un uomo ricchissimo che, privato dell’amore, costruirà un gigantesco castello, lo Xanadu, sorta di horror vacui nel quale si strugge in termini possessivi.

LE CRITICHE

Quasi da subito amato da critica e addetti ai lavori, “Quarto potere” è stato un clamoroso insuccesso di pubblico. Soprattutto per il boicottaggio perpetrato da Williams Randolph Hearst, a sua volta imprenditore, editore e politico, che si riconobbe nella figura di Kane. Boicottaggio d’altra parte prevedibile, ma Orson Welles aveva ottenuto dalla RKO carta bianca su sceneggiatura, realizzazione e montaggio dell’opera.

IL SOGNO AMERICANO

Effettivamente Hearst era persona conosciuta sia da Welles che dallo sceneggiatore Herman “Mank” Mankiewicz, ma “Quarto potere” è lontano dal voler essere un biopic. È più il segreto svelato del sogno americano che fallisce. La metafora delle opportunità mancate, la presa di coscienza del potere che ingoia ogni cosa, restituendo in cambio la solitudine, e il rimpianto. È la ricerca di “Rosebud”, domanda più che risposta, sostanza che «che move il sole e l'altre stelle», scoperta alla fine solo dalla macchina da presa e dallo spettatore.

ITALIA

Nel Belpaese “Quarto potere” arriva solamente nel 1948, con il titolo ormai conosciuto da tutti. In realtà l’originale è “Citizen Kane” e rende bene l’idea di una pellicola concentrata non tanto sul potere della stampa, quanto sull’epopea, pubblica e privata, dell’uomo. Inutili anche le versioni italiane del castello (da Xanadu a Candalù) e della parola misteriosa (da Rosebud a Rosabella).

MANK

Restando in tempi vicini, il nuovo film di David Fincher è tornato a far parlare di “Quarto potere”. In un bianco e nero espressionistico, il regista di Fight Club, ha realizzato un biopic su Mankiewicz, autore della sceneggiatura di Citizen Kane.

La presa di posizione di Fincher è chiarissima e pende totalmente a favore di Mank, considerato unico autore, rispetto a Welles, giudicato un saltimbanco opportunista. È un’opinione decisamente severa che non tiene conto della grandezza di Welles. —

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