Gioco
Bassani, così contemporaneo dai racconti giovanili a “L’airone”
Ristampato il libro d’esordio “Una città di pianura” ma tutte le sue opere sorprendono per attualità
Fabio Canessa
Ogni sabato sera un commesso viaggiatore prende il treno da Firenze per trascorrere la domenica a Ferrara, la città natale dove abita l’anziana madre. Verso le due di notte cena al caffé della stazione di Bologna, conversando amabilmente con i baristi che ormai gli sono affezionati, e si illude di essere un sentimentale che si sacrifica pur di non sradicare la mamma dalle sue abitudini e dal suo mondo. Ma un’inquietudine lo assale quando, durante uno di questi viaggi, capisce invece di essere un egoista che, tenendo ancora un piede nella casa d’infanzia, tenta disperatamente di allontanare la vecchiaia ormai incombente e di rimandare il tempo delle responsabilità.
È il protagonista di “Viaggio notturno”, il racconto più bello di “Una città di pianura”, scritto dal ventenne Giorgio Bassani, che esordì nel 1940 con questa raccolta, firmata però con lo pseudonimo di Giacomo Marchi, adottato da Bassani, ebreo e antifascista, dopo le leggi razziali del 1938. Una ristampa preziosa, non solo perché arricchita da altri racconti giovanili, tra cui l’inedito “Teodoro”, una perla di notevole qualità, ma soprattutto per l’illuminante introduzione di Angela Siciliano, dottoranda dell’Università di Pisa, che dimostra come in queste pagine siano già presenti molti dei mattoni con i quali Bassani costruirà le opere successive. In questa prima palestra c’è l’abbozzo frammentario di un romanzo abortito, “Ottavio e Olimpia”, i cui pezzi possiamo ritrovare sparsi nei libri della maturità.
In queste prove giovanili c’è già tutta l’atmosfera ipnotica delle opere maggiori: i monologhi interiori, di derivazione proustiana, che scandagliano il groviglio delle sue contraddizioni; le passeggiate notturne tra l’inquietudine dell’anima e l’incanto esteriore dei viali di Ferrara; la malinconia e i rimpianti di cuori che, a forza di fingere di amare, forse amano davvero. E soprattutto la prevalenza di protagoniste femminili, raccontate con incisiva sensibilità: il vertice sarà toccato con l’enigmatica Micol dei Finzi Contini, ma in “Storia di Debora”, un lungo racconto di avvolgente carica evocativa, c’è già una magistrale capacità di ritrarre per sottrazione donne amabilmente sfuggenti. Rispecchiandosi nel personaggio dello scrittore Ottavio, Bassani sembra criticare se stesso definendo le sue opere come una “autobiografia amorosamente accarezzata e coltivata”.
Il suo romanzo più celebre, “Il giardino dei Finzi Contini” (pp. 224, Feltrinelli, 9, 50 euro), inizia proprio nella necropoli etrusca di Cerveteri che, per associazione di idee, richiama alla mente del narratore la tomba della famiglia ebrea ferrarese. La condizione ebraica è un tema centrale nell’intera produzione narrativa di Bassani, raccolta dall’autore stesso nel ciclo “Il romanzo di Ferrara” (800 pp. , Feltrinelli, 40 euro) che costituisce una delle opere fondamentali della letteratura italiana del Novecento. Ed ecco allora l’affresco storico di potente impegno civile con cui rievoca la strage nazista a Ferrara in “Una notte del ‘43”, e la denuncia dell’esclusione sociale di ogni diversità, come il razzismo e l’omofobia su cui è incentrato “Gli occhiali d’oro”.
Ma soprattutto la struggente capacità evocativa del microcosmo della provincia dimostrata in quello che è forse il capolavoro di Bassani, “L’airone”. L’apologo straziante della domenica in cui un ricco borghese lascia la sua villetta per andare a caccia in campagna e rimane sconvolto dalla sofferenza di un airone colpito da uno sparo: la rivelazione del dolore di vivere lo converte alla morte e la sera, rientrato a casa, si suicida. Nessun romanzo italiano contemporaneo è così attuale, sorprendente, semplice e agghiacciante. Né scritto così bene. —
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