Toscana
Vespa: i 75 anni di un’eterna ragazzina, Piaggio festeggia 19 milioni di esemplari
Dal brevetto nel 1946 a prodotto italiano fra i più conosciuti nel mondo grazie anche al cinema e a imprese epiche
La storia della Vespa è una storia diversa di globalizzazione. Una storia più italiana, che internazionale, senza perdere per questo la sua estensione mondiale.
La «motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica», come descritta nel brevetto depositato da Piaggio all’ufficio di Firenze del Ministero dell’industria e del commercio 75 anni fa, ha fatto il giro del pianeta, ma non si è persa in esso. La Vespa rimane ancora, dopo tutti questi anni, il simbolo di un modo di fare impresa.
DICIANNOVE MILIONI
L’Italia del 1946 è trainata da una forza straripante: la mobilità sociale generata dalla cultura del lavoro. Il primo prototipo di Vespa, ideato da Corradino D’Ascanio e sviluppato dal disegnatore di fiducia Mario D’Este, non fece presa immediata sul mercato. Vendere i primi cinquanta esemplari con cilindrata da 98 cc non fu facile per l’azienda: per dare un segnale, anche alcuni dirigenti di Piaggio acquistarono la Vespa. La volontà di mettersi in prima linea e la dedizione quasi ascetica al proprio lavoro fanno parte di quella cultura del lavoro che impregnava il Paese durante il boom economico. Così, l’anno successivo, le Vespe sul mercato superarono le 10mila unità. E l’anno ancora dopo, Piaggio sfiorò i 20mila esemplari. Un’escalation voluta e ricercata.
La storia della “motocicletta” di Pontedera, allora, divenne presto l’immagine dell’Italia industriale e innovativa, in grado di coniugare comodità, eleganza e design. Passando dagli studi di Cinecittà, con un ruolo in “Vacanze romane” insieme a Gregory Peck e Audrey Hepburn, Vespa ha scoperto il mondo arrivando in Vietnam e in India, percorrendo le strade d’Oriente e celebrando, proprio in questi giorni, il traguardo dei diciannove milioni di esemplari prodotti. Nello specchietto retrovisore di ognuno, però, è rimasta l’Italia.
MITO ITALIANO
Sulle ruote della Vespa ha viaggiato tutto il nostro Paese. Internazionalmente italiana, la Vespa non ha mai lasciato la culla, riuscendo sempre a interpretare lo spirito del tempo. Simbolo della rinascita del secondo dopoguerra e status symbol della classe media italiana, la Vespa non è passata di moda neppure negli anni più complicati del confronto tra generazioni. Negli anni Sessanta e Settanta, la contestazione giovanile non ne ha intaccato il mito, elevandola al contrario a icona di libertà e indipendenza. Una narrazione che si è tradotta nelle avventure epiche di Giorgio Bettinelli, scrittore e giornalista di Crema che con la Vespa ha abbattuto le distanze, rendendo il mondo a portata di due ruote. Prima da Roma a Saigon, nel 1992, poi dall’Alaska alla Terra del Fuoco due anni più tardi. Ma non solo: da Melbourne in Australia al Sudafrica, dall’Argentina alla Tasmania attraversando tutto il mondo. Libertà in movimento riportata nei libri di Bettinelli, quasi un racconto leggendario ai tempi del lockdown. Ma anche segnalibro della nostra vita, per non dimenticare che torneremo anche a sederci su quel sellino.
VESPA DI PLATINO
Oggi, se il compleanno della Vespa fosse un matrimonio, sarebbe di platino. Ma non è forse un matrimonio quello tra Pontedera e la Piaggio? Un legame che attraversa gli anni e resiste alle crisi. La Vespa che celebra i diciannove milioni di esemplari è una GTS 300 assemblata proprio nello stabilimento di Pontedera, parte dell’edizione speciale Vespa 75th dedicata all’anniversario del brevetto di D’Ascanio e D’Este. È vero, i siti produttivi di Vespa a Vinh Phuc in Vietnam e a Baramati in India contribuiscono alla distribuzione internazionale della motocicletta più famosa del mondo. Sviluppo quasi indispensabile per tenere il passo di un brand globale che da 75 anni esporta il made in Italy sulle strade di tutto il pianeta. Pontedera, però, rimane la patria della Vespa, traino inarrestabile di una globalizzazione che non ha mai perso la strada di casa. Una storia diversa, insomma: italiana. —
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