Il Tirreno

Cinque anni fa l’addio al “folletto” Prince. Ora un album di inediti per ricordarlo

Luca Trambusti
Prince (1958-2016)
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Prince (1958-2016)

Gli eredi del geniale musicista pubblicano “Welcome 2 America” e negli archivi c’è ancora un tesoro di brani da scoprire 

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Nato il 7 giugno 1958 a Minneapolis, Prince Rogers Nelson moriva il 21 aprile 2016 a soli 57 anni per un’overdose di farmaci oppioidi. Con lui è sparito il folle e geniale innovatore della black music che ha mischiato con il rock e il pop.

Come molti geni anche il “folletto di Minneapolis”, come veniva chiamato, amava gli eccessi, capace di vette altissime alternate ad abissi umani e artistici. È difficile incasellare Prince che è stato soprattutto un compositore, ma anche un grande cantante, un ottimo chitarrista, pianista, batterista, bassista, insomma un one man band, capace, come ha fatto, di realizzare dischi in totale solitudine. Nella sua produzione discografica iniziata nel 1979 (“For you”) restano album memorabili come “Purple Rain” dell’84, accompagnato da un film di ispirazione autobiografica, che piace al pubblico e gli vale l’Oscar per la migliore colonna sonora. Tre anni dopo arriva “Sign o’the times” (vetta e summa del lavoro di Prince uscito proprio nell’aprile ‘87), preceduto nell’86 da “Parade”.

Sono gli anni in cui Prince mostra il meglio di sé stesso, quando nella massima creatività riesce a dare risalto alla musica nera, mischiando e spaziando tra le sue diverse e numerose sfumature. In quegli anni Prince dimostra di essere un uomo di spettacolo con concerti strepitosi in cui aggiunge anche le sue doti di ballerino. Al pari di Michael Jackson, pur con tante differenze, il maestro ispiratore resta sempre il grande James Brown. Una perfetta macchina musicale e di spettacolo, inizialmente anche incompresa dal pubblico soprattutto nei live, e sempre in contrasto e in battaglia con il mondo discografico. Provocatorio, dissacrante e icona sexy Prince però alla fine cattura il pubblico, lo colpisce e lo fa ballare con le sue ritmiche scatenate e di chiara derivazione black. È un vulcanico calderone musicale, realizzato in piena libertà che conquista tutti nel mondo.

Certo è difficile mantenere sempre un livello altissimo e così inciampa parecchie volte e altrettante si rialza con musiche sorprendenti e accattivanti. Come spesso capita alla fama e alla ricchezza si affianca un malessere personale che può portare all’autodistruzione. È successo a Elvis, a Jackson, a Hendrix, tutti grandi artisti che hanno riempito le cronache anche con vicende extra musicali.

La sua “materialità”, che lo aveva assunto al ruolo di sex symbol, anche attirandogli critiche e difficoltà, arriva sino al 2000 quando c’è la conversione spirituale che lo avvicina ai Testimoni di Geova, diventando anche vegetariano. Al cambio personale ne segue uno artistico che lo porta verso la spiritualità e lo allontana dal grande successo. Sino alla fine dei suoi giorni Prince si muoverà su territori artistici lontani da quelli degli esordi e da tutti quegli eccessi pubblici che lo avevano caratterizzato.

Dopo la morte di AfkaP (The artist formerly known as Prince, cioè L’artista precedentemente conosciuto come Prince) o The Artist, soprannomi con cui si era ribattezzato nei ‘90, sono usciti diversi progetti postumi tra inediti, raccolte e autobiografie letterarie. Ora, con l’anniversario, gli eredi pubblicano “Welcome 2 America” registrato nel 2010, in cui Prince fa un ritratto del Paese che sembra anticipare l’era Trump. Intanto esce la notizia che “The Vault”, l’archivio del musicista, conterrebbe un tesoro di inediti, in numero superiore a ciò che sinora è stato edito. Tra annunci e realtà resta il ricordo di un genio. —

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