Il Tirreno

Una strana epidemia di sonno fra isolamento e ironia

Una strana epidemia di sonno fra isolamento e ironia

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Uno strano virus si diffonde nel 1966 in via Cadorna: i contagiati dormono un giorno intero. Sarà il lockdown ad avere ispirato a Michele Cecchini un romanzo basato sull’isolamento, la solitudine e l’impossibilità di comunicare. Scritto con tale grazia e ironia che fa l’effetto di una boccata d’aria fresca nell’uggiosa narrativa italiana contemporanea.

Il pregio non sta tanto nella trovata dell’epidemia di sonno quanto nella voce del narratore: un sedicenne cerebroleso incapace di muoversi e parlare. Sdraiato a letto, non ha «molto a che fare con la vita, a parte guardarla», però ha il cervello ben funzionante e descrive il suo mondo con disarmante sincerità: il formidabile nonno medico, il padre apatico, la madre sfuggente e la nonna devota sono raccontati con un’arguzia naif che ricorda “Il giovane Holden” o “Il cielo cade” di Lorenza Mazzetti, mimando il linguaggio parlato, vivacizzato da uno swing sintattico di buffa malinconia. Giulio è per tutti “un infelice”, invece il timbro della sua narrazione è felicissimo, così come il suo sguardo sul mondo mescola gioia e amarezza, affetto verso tutti e analisi spietata degli umani, che «vogliono vivere tanto per potersi lamentare di più». Nella lotta dell’esistenza il virus letargico è un balsamo per «scappare nel sonno e riaversi dalle rogne», così lo stesso Giulio preferisce «rimanere sull’uscio della vita e non entrare» e l’abulico padre trascorre le giornate sul divano. La voglia e la paura di vivere, l’ansia di abbracciare il mondo e il desiderio di ritrarsene con una profonda dormita mantengono in perfetto equilibrio, tra lo strazio e lo spasso, un libro capace di trasfigurare il dolore nel piacere della narrazione. Il titolo deriva proprio dal gusto del racconto, pieno di stupore «quando stanno per arrivare delle sorprese assurde». Neanche la morte sarebbe una tragedia, «solo, ci saranno due occhi in meno a guardare le cose della vita e questo mi dispiace, perché non è bello lasciare le faccende in sospeso». —

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