Il Tirreno

Helman, ex combattente con Che Guevara «Cuba senza i Castro resterà rivoluzionaria»

Paola Taddeucci
Helman, ex combattente con Che Guevara «Cuba senza i Castro resterà rivoluzionaria»

L’anziano militante, che ora vive a Viareggio, analizza gli scenari futuri dell’isola dopo l’annunciato addio di Raul  

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INTERVISTA

Paola Taddeucci

«Spero nel cambiamento a Cuba. È inevitabile, anche perché è in gioco la sopravvivenza della popolazione. Si può fare, senza intaccare la base del socialismo». La reazione che non ti aspetti, da chi ha sempre condiviso gli ideali della rivoluzione, ha combattuto con Che Guevara in Bolivia ed è scappato dalla dittatura argentina di Videla. Ma per Alfredo Helman, 86 anni, argentino, a Viareggio dal 1980 dopo la fuga dal suo Paese d’origine e sposato con una dirigente statale cubana, la fine dell’era Castro – con le dimissioni da capo del Partito comunista del novantenne Raul, fratello del lider maximo Fidel – non seppellirà anche quegli ideali.

Signor Helman, perché gli ideali rivoluzionari di Fidel prima e poi di Raul Castro non tramonteranno?

«Sono convinto che a Cuba si possano fare riforme interne, soprattutto nel campo dell’agricoltura, settore fondamentale del Paese. Ai contadini, per esempio, deve essere data la possibilità di vendere le proprie produzioni dove e a chi vogliono. Il socialismo non deve generare povertà, come succede oggi».

Oggi in che situazione è Cuba?

«C’è una gravissima crisi economica, la gente ha fame. La pandemia ha aggravato una situazione già difficilissima dopo le ulteriori restrizioni messe in atto dall’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, tra cui quelle alle navi da crociera: un blocco che ha privato Cuba di una ingente entrata, quantificabile in circa 3-4 miliardi all’anno».

Cuba si può salvare?

«Sì, perché ha tante risorse: il clima, il suolo, le qualità umane, un ottimo sistema educativo e un più che dignitoso sistema sanitario. Tutti fattori che la fanno essere molto più avanti di altri Paesi del Centro America e dell’area settentrionale del Sud America. Ma servono riforme che Miguel Diaz-Canel, il successore di Raul Castro, mi auguro riesca ad attuare».

Però Diaz Canel, che è anche presidente dello Stato, ha scelto la parola d’ordine “continuità con il passato”.

«Vero. Ma ha anche annunciato di voler rinnovare la classe dirigente per avviare un graduale ricambio generazionale. Del resto, insieme con Raul Castro alle più alte cariche del Partito ci sono ancora dirigenti che hanno la sua stessa età o poco meno. Un rinnovamento non può che far bene nell’ottica delle riforme, ripeto, senza intaccare la base del socialismo che, a Cuba, ha dato tanto».

Per esempio che cosa?

«Prima di tutto la centralità della dignità umana, sancita dalla Costituzione. Un esempio pratico? L’ottimo sistema educativo che ha permesso di ottenere un alto tasso di istruzione. Oggi ne vediamo i risultati nella ricerca anti-Covid: cinque i vaccini candidati ad essere prodotti, dei quali uno in avanzata fase di sperimentazione. Con la rivoluzione castrista, poi, un’isoletta di poco più di 11 milioni di abitanti è diventata cruciale nel mondo. Tutta opera, nel bene e nel male, di Fidel Castro».

Com’era il lider maximo?

«Fidel Castro concentrava tutto il potere su di sé, caricandosi di ogni onere, ma non era un dittatore. I dittatori sono altri, chi uccide la gente, e io l’ho conosciuto nella mia vita, parlo dell’argentino Videla. Ai funerali di Fidel, nel 2016 a Santiago di Cuba, ero presente e c’erano migliaia di persone in lacrime: non ho visto scene simili per nessun altro governante».

Quindi la gente lo amava?

«Era amatissimo. Girava da solo, senza scorta, e quando andava per strada c’erano sempre tantissime persone che lo attorniavano per salutarlo».

E il Che Guevara?

«Era carismatico. Una personalità unica, con il cuore e la testa sempre rivolti all’interesse generale, al bene di tutti. Andai con lui nel 1966 dopo che aveva scritto nel suo diario “In Bolivia” che mi aspettava per far parte della guerriglia. Avevo una fiducia totale, pur sapendo che potevo andare incontro alla morte, come invece successe a lui, l’anno successivo. Rappresentava la sinistra nel mondo. E oggi questa figura di rivoluzionario è rappresentata da Papa Francesco».

Bergoglio come il Che?

«Proprio così. È lui la voce della sinistra, della rivoluzione non armata. Oggi il pontefice è l’unico che dimostra di non accettare compromessi e di battersi per gli ultimi, per il bene di tutti, senza lasciare nessuno indietro. È l’unico che non accetta la morte gratuita di migliaia di persone, nel nome dell’interesse particolare e del profitto. E ogni giorno protesta contro il liberalismo sfrenato che sta annientando il mondo». —

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