Gioco
È morto il pittore Daniel Schinasi autore di grandi murales alle stazioni L’Esodo biblico ispirava la sua arte
Maria Meini
È morto ieri mattina all’ospedale di Nizza, nella città che lo aveva adottato in età matura, il pittore Daniel Schinasi. Ebreo livornese cosmopolita, ha raccontato la storia del suo popolo attraverso grandi tele e murales che affrescano le stazioni ferroviarie di mezza Italia e Costa azzurra. Avrebbe compiuto 88 anni il prossimo 17 maggio. E li avrebbe festeggiati nella sua casa di Guardistallo, nella campagna pisana. L'Esodo biblico impersonava la sua ossatura personale e artistica. Il suo destino, di uomo e d’artista, era il viaggio.
Daniel Schinasi, fondatore del Neofuturismo, si definiva così: «Sono un ebreo italiano d'Alessandria d'Egitto. Un ebreo della storia». Ha vissuto in Italia, in Francia, in Svizzera, parlava quattro lingue, ha viaggiato e portato i suoi quadri in tutto il mondo ma non è mai voluto tornare in Egitto. Dal 1956, c’era la guerra di Suez, quando con una piccola valigia e trenta dollari in tasca, prese la nave Esperia, Speranza, diretto in Italia. Insieme ad altri 500 profughi italiani costretti a fuggire.
«Mi piacerebbe allestirci una mostra - dichiarò in un’intervista al Tirreno alcuni anni fa – ma mi rifiuto di andare in un Paese dove non c’è libertà». La prima tappa del suo esodo fu il porto di Bari, seguita da Venezia. Da lì a Livorno, poi a Cecina dove si è sposato e di nuovo il mondo. E a Livorno sarà sepolto, nel cimitero ebraico, secondo le sue volontà. Accompagnato dalla moglie Manuela e dai figli David e Sarah. «Accanto al rabbino Toaff, che spero lo accolga dall’altra parte», dice Sarah, regista lirica internazionale.
Aveva 24 anni nel ’56: figlio di una maestra e di un tecnico della Singer, Daniel dirigeva un'officina Citroen che esportava auto, giocava come portiere per la Palestra italiana di Alessandria d'Egitto. La pittura era ancora di là da venire. Eppure la sua prima opera d'arte l'aveva realizzata a sei anni: un'auto di cartone cucita a mano. E la pittura fu la salvezza, l'illuminazione. Mentre lavorava alla Piaggio, capì lungo il treno da Livorno a Pontedera, che doveva dedicarsi all’arte. E non ha più smesso. —
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