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oggi l’anniversario della morte 

L’opera di Primo Levi così attuale da sovvertire la freccia del tempo

Lorenzo Marchese
L’opera di Primo Levi così attuale da sovvertire la freccia del tempo

L’autore sopravvissuto ad Auschwitz moriva 34 anni fa La sua scrittura contrassegnata dall’ossessione del male

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Lorenzo Marchese

L’11 aprile di trentaquattro anni fa ci lasciava Primo Levi (1919-1987). Tre anni dopo, nel 1990, Martin Amis pubblicava “La freccia del tempo, o la memoria dell’offesa” (ristampato per Einaudi nel 2010). In questo strano romanzo, dichiaratamente ispirato all’opera di Levi (“La memoria dell’offesa” è il primo capitolo dei “Sommersi e i salvati”) Amis racconta la vita dell’ex nazista Odilo Undervorben, che ha lavorato come medico ad Auschwitz durante la Seconda guerra mondiale. Ma lo fa a rovescio: dagli ultimi istanti alla vecchiaia fino a tornare dove tutto è cominciato, come se dall’inversione del tempo si ricavasse un senso inedito di Auschwitz. Come se la violenza nazista, detta al contrario, rivelasse per contrasto la propria insensata natura di non-creazione.

E se prendessimo spunti, invertendo la freccia del tempo per Levi stesso? Una bibliografia internazionale ormai sterminata (oltre a Dante, Levi è l’unico autore italiano tradotto integralmente in inglese), una permanenza indiscussa nel canone scolastico, l’ininterrotta chiamata in causa del magistero Levi a ogni ricorrenza, talvolta evitando di leggerlo: sono segni di un eccesso di memoria e di celebrazione che a tratti appare il primo passo verso l’oblio. Proviamo a tornare indietro.

Primo Levi esordisce nel 1986 con “I sommersi e i salvati”, saggio in otto capitoli in cui, da lontano, considera il senso della propria esperienza in lager. Il discorso, apparentemente pacato e raziocinante, inquieta il lettore con i suoi continui paradossi e impone per sempre Levi all’attenzione del grande pubblico: i testimoni più autentici del lager sono quelli mai tornati da lì, mentre i sopravvissuti, impastati di vergogna e dimenticanze verso un evento ormai lontano, combattono con una colpa che non li abbandona; nessun reduce può dirsi vittima innocente, perché la violenza inutile dei nazisti ha creato una “zona grigia” di ambiguità morale in cui prigionieri, complici e alleati, per sopravvivere, sono stati portati a prevaricare l’uno sull’altro.

Successivamente Levi pubblica testi di diversa natura che tornano, ossessivamente, alla guerra: la raccolta di poesie “Ad ora incerta” (1984) che rappresenta una vena di scrittura nient’affatto secondaria, bruciante e rara, che accompagnerà Levi fino agli ultimi anni giovanili, e il romanzo “Se non ora, quando?” (1982), che rimarrà l’unica sua prova d’invenzione. Sono tempi in cui Levi si divide fra la divulgazione nelle scuole, gli scritti giornalistici per La Stampa e una vena creativa eterogenea. Con “La chiave a stella” (1978) mettendosi nei panni dell’immaginario operaio Libertino Faussone, scrive un racconto gioioso sulla bellezza del lavoro manuale, in un’epoca in cui è quasi un tabù per il pubblico italiano.

“Il sistema periodico” (1975) si appoggia invece a una matrice autobiografica, e per la prima volta si scopre davanti ai lettori: appena andato in pensione da dirigente di una fabbrica di vernici, Levi, usando come cornice la tavola degli elementi di Mendeleev, offre un ritratto plurale e per interposta persona di se stesso, della sua nascosta vocazione artistica, della sua natura di “centauro” diviso fra chimica e scrittura.

Negli anni successivi, la “divisione” di Levi si perfeziona in due opere di fantascienza: le raccolte “Vizio di forma” (1971) e “Storie naturali” (1966) sono sospese fra ansie apocalittico-ecologiche per un futuro fuori di quadro (come nel racconto “Ottima è l’acqua”) e ipotesi narrative che anticipano conquiste come la realtà virtuale e la clonazione (rispettivamente in “Trattamento di quiescenza” e “Alcune applicazioni del Mimete”). Eppure, dopo vent’anni di sperimentazione con forme letterarie e contenuti di ogni tipo, Levi torna progressivamente al nucleo della sua ispirazione, all’interludio terrificante della deportazione ad Auschwitz: l’unico periodo della sua vita lontano dalla casa dove era morto, aveva abitato, era nato.

“La tregua” è il primo tassello dell’avvicinamento, in cui Levi, partendo dalla liberazione di Auschwitz da parte dei sovietici, riferisce il proprio rocambolesco viaggio a ritroso per tutta l’Europa centrale, fino a Torino. Ma è “Se questo è un uomo” (1958, uscito in una versione più sintetica nel 1947) a portarci finalmente al cospetto di ciò che ha ossessionato Levi per quarant’anni, sin dai “Sommersi e i salvati”: la casualità endemica del male, rivelata da un esperimento totale e inedito di manipolazione e distruzione di tutto ciò che è umano. Qui, l’inizio e la fine di una scrittura sembrano toccarsi. A questo punto, la freccia del tempo può tornare nel verso giusto: ma l’opera di Primo Levi, da ovunque la si affronti, non può esaurirsi. —

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