Il Tirreno

Usa, i musei in crisi per il Covid mettono in vendita le opere

Usa, i musei in crisi per il Covid mettono in vendita le opere

Divampa la polemica sulla scelta già compiuta da alcune istituzioni-simbolo mentre in Gran Bretagna si è fatto ricorso agli aiuti economici di Stato

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NEW YORK. Vendere un’opera tradisce la missione di un museo? È l’interrogativo che sta agitando il settore negli Stati Uniti a un anno dalla decisione dell’Association of Art Museum Directors (Aamd) di consentire agli istituti di cedere i loro prezzi pregiati per poter compensare gli introiti mancati a causa della pandemia. tesori per il pubblico.

Molti musei sono stati costretti a cedere alcuni capolavori per ragioni di sopravvivenza, in linea con la filosofia alla base della scelta dell’Aamd. È il caso del Brooklyn Museum che, già in difficoltà economiche prima della pandemia, lo scorso settembre ha messo sul mercato 12 opere, tra cui un Monet e due Dubuffet, in cerca di fondi per la manutenzione della collezione. Verrà invece utilizzata per pagare il personale parte della somma che uno dei più importanti istituti di New York, il Metropolitan Museum of Art, ricaverà dalla vendita di alcune opere, in alcuni casi possedute in più copie. Max Hollein, direttore del “Met”, ha minimizzato l’impatto dell’operazione. «Le istituzioni americane hanno praticato “deaccessioning” per decenni – ha dichiarato Hollein – siamo molto esperti nel farlo, ci crediamo e riteniamo che lo sviluppo della nostra collezione ne tragga benefici». Più spregiudicata la politica di soggetti minori come l’Everson Museum of Art di Syracuse, che lo scorso ottobre ha venduto un Pollock per 12 milioni di dollari, reinvestendo i proventi nell’acquisto di altre opere. Una mossa equivalsa alla «vendita della propria anima» per il Wall Street Journal, sulle cui colonne l’editorialista Terry Teachout si era scagliato contro la struttura rea di «utilizzare il lodevole obiettivo di finanziare una collezione più diversificata come una scusa per tradire la fiducia del pubblico».

«È davvero preoccupante quando l’arte sulle pareti si trasforma in un’attività finanziaria” , ha sottolineato Laurence Esisenstein, l’avvocato che ha guidato la rivolta contro i vertici del Baltimore Museum of Art (Bma), costretti a fare marcia indietro sulla vendita di tre importanti opere, tra cui un Warhol. Obiettivo della transazione, in tempi di’Black Lives Matter’, era riequilibrare la collezione con un maggior numero di opere di afroamericani, che costituiscono quasi il 63% della popolazione della città.

Se il mondo culturale anglosassone vede il “deaccessioning” con meno ostilità delle controparti latine (Serge Lasvignes, presidente del Centro Pompidou di Parigi ha espresso “dubbi sulla validità del percorso” avviato in Usa), la Gran Bretagna ha scelto la strada dell’intervento pubblico. Venerdì scorso il governo di Londra ha annunciato lo stanziamento di 400 milioni di sterline (circa 470 milioni di euro) in sussidi al mondo della cultura. Tra le 2. 700 organizzazioni che riceveranno gli aiuti non ci saranno solo i musei ma anche il festival musicale di Glastonbury, la Royal Shakespeare Company e un gran numero di cinema e teatri indipendenti. –

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