Il Tirreno

domani sera su rai 3 

La Traviata di Verdi diventa un film diretto da Martone in un teatro vuoto

La Traviata di Verdi diventa un film diretto da Martone in un teatro vuoto

Il regista punta sulla spettacolarità dei balli e delle feste  in contrasto col drammatico momento della cultura

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roma. La Traviata di Giuseppe Verdi costruita come un film e ripresa in un teatro vuoto, come lo sono oggi drammaticamente tutti i teatri italiani. È il lavoro firmato da Mario Martone per l’Opera di Roma che potremo vedere domani in prima serata su Rai 3.

I due protagonisti sono impersonati da Lisette Oropesa (Violetta Valéry) e Saimir Pirgu (Alfredo Germont), mentre Giorgio Germont sarà interpretato da Roberto Frontali; Flora da Anastasia Boldyreva e il barone Douphol da Roberto Accurso. I costumi sono una creazione di Anna Biagiotti. Il coro, il corpo di ballo sono quelli dell’Opera di Roma come l’orchestra diretta da Daniele Gatti.

La Traviata in forma di film diretta da Martone punta molto sul lato spettacolare dell’opera verdiana. Del resto questa storia d’amore è stata costruita dal librettista Piave sul romanzo “La signora delle camelie” di Dumas figlio, con l’intento di farne grande spettacolo, puntando su due scene centrali: «Le due grandi feste, due momenti dionisiaci, di sfrenatezza sociale che, alternandosi con la dimensione intima dei protagonisti, dà rilievo alla denuncia dura di Verdi di una società ipocrita e patriarcale», spiega Martone. Scene di festa e ballo trascinanti (coreografie di Michela Lucenti) ma che ancor più evidenziano come il tutto stia avvenendo in un teatro vuoto, con solo qualche oggetto scenico, compreso il grandissimo lampadario centrale del teatro calato in basso come unico elemento visivo per dare l’idea della festa. «La sensazione di vuoto – dice il regista – è stata una mia precisa volontà per far partecipi gli spettatori del dolore di questo momento di particolare difficoltà per il mondo dello spettacolo, che non deve comunque far morire l’immaginazione».

La storia borghese, ottocentesca, di questo amore, è resa drammatica, oltre che dalla malattia di Violetta, dall’essere ognuno prigioniero di un suo ruolo sociale, morale e d’onore più rigido della forza dei sentimenti, creando un contrasto in cui il giovane Alfredo di buona famiglia è compresso sino a diventare violento, mentre lei è prigioniera del suo orizzonte, che le permette solo di essere una cortigiana, una mantenuta. Martone, nato regista teatrale con la fascinazione del cinema, poi regista cinematografico con radici teatrali, conclude invitando il pubblico a non essere timoroso dell’opera lirica, «a lasciarsi andare a quel che vede e sente, aiutato tra l’altro a misurarsi con la lingua particolare, d’epoca, del libretto, dai sottotitoli, e dal fluire ininterrotto, fluido della vicenda sino alla fine».

Naturalmente a condurre tutto c’è la grande musica di Verdi diretta da Daniele Gatti, «che cura in modo meticoloso il montaggio sonoro delle musiche, accanto a me che costruisco quello cinematografico per dare il giusto ritmo all’opera – precisa sempre il regista – che è un teatro in forma esponenziale, aggiungendo ai movimenti e le parole le note dello spartito, il che moltiplica le difficoltà, ma anche le possibilità, visto che tutto è stato realizzato direttamente dal vivo e non, come si fa spesso in questi casi, aggiungendo al missaggio le musiche registrate. Abbiamo ottenuto un risultato di cui sono stato sorpreso io stesso, in cui si sente quella dimensione bruciante dovuta ai tempi strettissimi, all’aver girato tutto in solo cinque giorni in cui l’orchestra suonava per cinque ore al giorno». —



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di Redazione web