Toscana
Al Museo del tessuto i costumi originali della prima assoluta della Turandot
Ritrovati nel guardaroba privato del soprano Iva Pacetti saranno esposti insieme a 120 oggetti della collezione Chini
Gabriele Rizza
PRATO. Il Museo del Tessuto di Prato imbocca la Via della Seta. E con il nuovo progetto espositivo si trasferisce in Oriente. Che più che un territorio è una geografia della mente, un meta favolosa e sognata ma anche una precisa stagione culturale. Quella del primo ventennio del Novecento, solcata da immagini inedite e paesaggi affascinanti, nel nome di un mito che apriva le porte a un mondo sconosciuto. E di cui si sarebbe nutrita la scena artistica, letteraria e musicale italiana di quegli anni.
La mostra allestita al Museo del Tessuto, che dal 22 maggio al 21 novembre riscopre e attraversa queste temperature espressive, poggia su solide basi: Puccini, Chini, Caramba. Raccolti attorno al nome di Turandot. È così venuto alla luce un nucleo di costumi e gioielli di scena risalenti alla prima assoluta del capolavoro pucciniano, andato in scena alla Scala il 25 aprile 1926 diretto da Arturo Toscanini. «Tutto ha avuto inizio nei primi mesi del 2018 – spiega la conservatrice del museo Daniela Degl’Innocenti – quando ci venne proposto di acquisire un misterioso baule contenente materiale eterogeneo proveniente dal guardaroba privato del soprano pratese Iva Pacetti. Gli studi hanno permesso di riconoscere in due costumi e in un paio di gioielli di scena quelli disegnati e realizzati dal costumista del Teatro alla Scala Luigi Sapelli, in arte Caramba, per la prima milanese e indossati da Rosa Raisa, che era la protagonista. I riscontri iconografici non lasciavano dubbi: non si trattava di generici costumi di epoca déco, ma proprio di quelli della prima scaligera dati per irrimediabilmente perduti. La mostra ricostruisce le vicende che hanno portato alla loro progettazione nel quadro della genesi dell’opera e del sodalizio artistico che prese corpo tra Puccini e Galileo Chini e del successivo coinvolgimento di Luigi Sapelli».
Chi meglio di Chini, che l’Oriente lo aveva vissuto da vicino, soggiornando in Siam (attuale Thailandia) per tre anni, dal 1911 al 1913, per restituire quel clima? Il percorso si apre con una selezione di oltre cento pezzi della collezione Chini (tessuti, costumi e maschere teatrali, porcellane, strumenti musicali, sculture, armi e manufatti d’uso di produzione thailandese e cinese) ora conservati presso il Museo di antropologia e etnologia di Firenze. L’esposizione prosegue con una sezione dedicata alle scenografie per la Turandot e all’influsso che l’esperienza in Siam ebbe nell’evoluzione del percorso creativo e stilistico di Chini (vedi le due tele “La fede” e “La festa dell’ultimo dell’anno a Bangkok” conservate a Pitti) mentre dall’archivio Ricordi provengono i cinque bozzetti finali delle scenografie. Infine, debitamente restaurati e restituiti al loro originale splendore, fanno bella mostra i costumi, le spille e la parrucca rinvenuti nel baule da cui tutto è partito, affiancati dagli abiti di scena di tutto il cast di quella memorabile prima alla Scala, anch’essi finiti chissà dove, prima di ricomparire rocambolescamente negli anni Settanta e ora custoditi dalla Sartoria Devalle di Torino. Parallelamente alla mostra una serie di itinerari chiniani e pucciniani collegheranno l’esposizione con altri luoghi della regione. Catalogo Silvana Editoriale. —
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