La protesta
La ricetta per fare buoni film? Scrivere belle storie
«Per fare un bel film occorrono tre cose: una buona storia, una buona storia e una buona storia», parola di Jack Warner, uno dei Warner Brothers. È d’accordo con lui Giacomo Scarpelli, sceneggiatore (tra gli altri, per Scola e Virzì) candidato all’Oscar per “Il postino” e figlio d’arte (il babbo Furio scrisse capolavori come “La grande guerra”, “I soliti ignoti” e “C’eravamo tanto amati”). Anche se precisa che un film rappresenta la sintesi di tutte le arti: letteratura, teatro, pittura, musica, architettura, fotografia, storia.
A beneficio degli appassionati di cinema, ha ora scritto un libro agile e piacevolissimo, nel quale scandaglia i segreti della narrazione, sia letteraria che cinematografica. Anzi, il primo consiglio è quello di inventare una bella storia senza pensare che diventerà un film. Il secondo è quello di dimenticare se stessi: essere libero non significa guardarsi l’ombelico e raccontare il proprio Io, ma costruire una trama oggettiva in grado di appassionare. Il segreto della riuscita di un soggetto è quando il lettore e lo spettatore si chiedono “cosa succederà adesso?”. Essere un bravo scrittore significa essere un attento osservatore della realtà, capace di trasfigurarla per immagini e di serbare le contraddizioni di noi esseri umani, evitando di scolpire con l’accetta dei personaggi dal carattere tutto buono o tutto cattivo. Anzi, meglio mescolare dramma e risata, perché «l’arte, anche se comica, è sempre il racconto della tragicità dell’esistere» e viceversa. E meglio sarebbe, per chi scrive, «non perdere, o recuperare, lo spirito creativo e irriverente dell’infanzia e dell’adolescenza».
Illustrato da vignette e caricature disegnate da papà Furio e dallo stesso Giacomo, il saggio ci guida con leggerezza attraverso le opere di Dickens e Tolstoj, Balzac e Flaubert, ma anche di Hitchcock e Welles, Monicelli e Risi, raccontando la loro genesi. Freud e Schnitzler si possono mescolare a Sordi e Manfredi, purché «attraverso una storia di finzione si possa cogliere un barlume sulla verità del reale». —
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