Il Tirreno

l'intervista

Dante, parlando usiamo settemila parole già tutte nella Divina Commedia

fabio demi
Dante, parlando usiamo settemila parole già tutte nella Divina Commedia

Intervista al dantista Tavoni: «L’Alighieri ha inventato l’italiano, pochi libri al mondo conosciuti come il suo»

5 MINUTI DI LETTURA





Dante attuale, anzi attualissimo. Ogni volta che apriamo bocca usiamo parole sue. Una marea di iniziative oggi per il Dantedì, la giornata nazionale dedicata all’Alighieri. Proprio il 25 marzo sarebbe cominciato il viaggio descritto nella Divina Commedia. Le celebrazioni, che coincidono anche con il settecentesimo anniversario della morte del poeta (avvenuta il 14 settembre 1321), stanno entrando nel vivo. Ne parliamo con il professor Mirko Tavoni, fino all’anno scorso docente di linguistica italiana e filologia dantesca all’università di Pisa.

Professore, le sembra corretto che dopo 700 anni si parli ancora così tanto di Dante, che ci sia questa esplosione mediatica per il Dantedì?

«Certo, il Dantedì ha solo preso atto che c’è una costante attenzione per Dante in tutto il mondo, paragonabile soltanto a quella di altri pochissimi libri. La Bibbia, Shakespeare, nessun altro e nessun altra opera nelle letterature di tutto il mondo sono citate e conosciute come Dante e la Divina Commedia, sia nella cultura alta che nella cultura popolare».

È una frase fatta dire che Dante è il padre della lingua italiana. Ma in cosa si è sostanziata questa paternità?

«Questo è proprio vero sul piano dei fatti. Guardiamo al lessico, al vocabolario della lingua italiana. Un grande linguista, Tullio De Mauro, ha stratificato il lessico dell’italiano contemporaneo, ha diviso tutte le parole che esistono nell’italiano in gruppi concentrici (parole di tutti i giorni, poi parole meno comuni). Le parole nel Grande dizionario della lingua italiana di De Mauro sono 300 mila, mentre quelle che noi usiamo ogni giorno (il vocabolario di base) sono circa settemila. Ebbene, queste parole erano già quasi tutte nella Divina Commedia. Il poema di Dante parla di tutto, per cui ha un lessico molto ricco che nessun testo prima aveva mai avuto. Dante ha raccolto e unificato le parole che erano in uso nel fiorentino del Trecento, le ha aumentate e le ha tramandate. Quindi dire che Dante è il padre della lingua italiana non è un’espressione retorica, ma è la realtà. Come ha detto De Mauro: noi quando parliamo nel modo più chiaro, usiamo parole che aveva già usato Dante».

Quindi queste celebrazioni così in grande sono giustificate?

«Sì. L’idea di dedicare un giorno nel calendario a Dante è giustificato. Dante è importante per la cultura di tutto il mondo».

Quindi una cosa di questo genere ci qualifica anche come Paese?

«Assolutamente. Infatti ci sono celebrazioni in tutto il mondo. Sto seguendo le iniziative degli Istituti italiani di cultura italiana all’estero. Dodici di questi Istituti hanno fatto ciascuno un breve film, un video di trenta minuti per parlare di Dante in Germania, in Russia, in Tunisia. Io ho collaborato con Tunisi. Sono video molto interessanti, molto belli. Attori recitano Dante nelle varie lingue e ciò dà la percezione del fenomeno mondiale. Tenga conto che ci sono decine e decine di traduzioni della Divina Commedia in tutte le lingue del mondo».

Nel suo libro “Qualche idea su Dante” lei parla di Dante come inventore della lingua italiana in funzione antimunicipale e antifiorentina. Può spiegare meglio?

«Non sempre Dante è stato antimunicipale e antifiorentino ma lo è nel momento in cui scrive il De vulgari eloquentia, il trattato in cui teorizza l’esistenza di una lingua italiana. Il fatto che Dante ipotizzasse l’esistenza dell’italiano prima che si formasse è una cosa profetica. Dante lo dice nel De vulgari eloquentia nei primi anni del Trecento, prima che gli venisse l’idea di scrivere la Commedia: lui era esule e concepiva per la prima volta questa idea di una lingua italiana in un momento di sua personale ostilità a Firenze e quando frequentava ambienti dell’Italia settentrionale, in particolare Bologna. Lui ha l’idea che ci sia potenzialmente una lingua italiana di cui danno testimonianza i poeti illustri dovunque scrivano (poeti siciliani, toscani, bolognesi). Si inventa questa idea di un volgare che descrive come non legato a nessuna lingua locale, quindi non fiorentino, ma italiano. Nella Commedia, a differenza delle precedenti opere in cui aspirava a una lingua alta, lui parla di tutto, delle realtà più alte e di quelle più basse, pratica tutti i livelli di lingua, tutti gli stili».

Perché gli studenti devono continuare a studiare bene Dante?

«Io toglierei la parola dovere. Leggere Dante non è un dovere, ma uno straordinario piacere. Nessuno direbbe: dobbiamo vedere i film di Fellini, li guardiamo perché sono belli. E così non c’è niente di più bello della Divina Commedia nella letteratura mondiale. Leggerla è un’esperienza meravigliosa».

Le piace come Roberto Benigni recita Dante? Lo farà anche stasera in un grande evento al Quirinale davanti al presidente Sergio Mattarella con il XXV Canto del Paradiso.

«Sì, lo fa benissimo. Poi ci inserisce i suoi numeri comici che possono piacere più o meno, ma il modo in cui recita la Divina Commedia è straordinario. Avrà notato che lui non legge. Sa tutto a memoria. E questa di sapere Dante a mente è una tradizione popolare toscana che nell’Ottocento era diffusissima nella cultura popolare. C’erano persone molto umili, pochissimo colte, che conoscevano la Commedia a memoria».

Questa tradizione si è persa, vero?

«L’abbiamo persa sicuramente e Benigni, che è ben consapevole della sua toscanità, l’ha recuperata e l’ha trasformata in un fatto mediatico ma mantenendosi fedele a questa radice popolare. Le parole così vengono dal cuore. E poi è una recitazione straordinaria per la sua sobrietà, non c’è niente di declamatorio». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La protesta

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web