Il Tirreno

8 marzo, la lunga sfida per i diritti: dalla battaglia di 10 maestre per il voto a quella “livornese” per la carriera militare

Ilaria Bonuccelli
8 marzo, la lunga sfida per i diritti: dalla battaglia di 10 maestre per il voto a quella “livornese” per la carriera militare

Le conquiste delle donne tra sconfitte e successi che hanno cambiato la storia

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Sono sempre legate a una sconfitta le conquiste delle donne. E alla nostra capacità di reagire. Non senza ostinazione. Ce lo ricordano nove maestre di Senigallia e una di Montemarciano. Estrazioni diverse, alcune benestanti, alcune modeste. Alcune nubili, altre no. Una ebbe perfino l’impudenza di sposarsi verso gli ottanta anni. Tanto per far capire di che pasta erano fatte. Della stessa: resistente. E se oggi votiamo, siamo in Parlamento, diventiamo ministre, sindache, scegliamo chi ci rappresenta, lo dobbiamo anche a loro. Loro che hanno perso, per farci vincere. Ogni giorno, tutti i giorni. Non solo l’8 marzo, quando viene facile riconoscere il diritto delle donne ad avere diritti.

LE DIECI MAESTRE PIONIERE DEL VOTO ALLE DONNE

Siamo nelle Marche nel 1906. Ci sono le elezioni politiche. Nel regno d’Italia è in vigore lo Statuto Albertino che, proclama già la parità fra sudditi. L’articolo 24 recita: «Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla Legge e tutti godono egualmente i diritti civili e politici e sono ammissibili alle cariche civili e militari». Le maestre marchigiane lo interpretano alla lettera: si iscrivono alle liste elettorali, accogliendo un appello lanciato pochi mesi prima sulla stampa dalla pedagogista Maria Montessori, una delle prime donne laureate in Italia. Vogliono votare. Uno scandalo. Eppure, un giudice della Corte d’Appello di Ancona, Lodovico Mortara, consigliere di Cassazione e già docente di procedura civile a Pisa e Napoli, stabilisce che hanno ragione. La sua sentenza del 25 luglio 1906 suscita l’attenzione del Regno.

Per dieci mesi, Adele Capobianchi, Carolina Bacchi, Dina Tosoni, Emilia Simoncioni, Enrica Tesei, Giulia Berna, Giuseppina Berbecci, Iginia Matteucci,Palmira Bagaioli e Luigia Mandolini Matteucci restano iscritte nelle liste elettorali, uniche elettrici potenziali in tutta l’Italia da pochi decenni unificata. Poi la Corte di Cassazione di Roma, l’8 maggio 1907, annulla la sentenza di Mortara e le maestre non voteranno. Non voteranno le donne in Italia per altri 40 anni. E anche l’ultimo miglio, dopo la seconda guerra mondiale, sarà in salita.

AL VOTO SENZA ROSSETTO

Nel 1945, ancora nel Regno d’Italia, le donne ottengono il diritto a votare (se non sono prostitute), ma non a essere elette. Devono lottare ancora un anno – e aspettare il referendum costituzionale del 2 giugno 1946 – per ottenere un diritto di voto pieno. A votare tutte e a essere votate, senza discriminazione. In realtà, un compromesso lo devono accettare anche quel 2 giugno 1946: si devono presentare al seggio senza rossetto. Perché la scheda nell’urna deve andare chiusa e “umettata”. Il rossetto lascia traccia e la può rendere “identificabile”. Il marchio della femmina. Ma alle donne non importa rinunciare al vezzo. Preferiscono il diritto nella sostanza che la polemica nel dettaglio.

Però non è un diritto alla piena rappresentatività. Ci vorranno altri 50 anni tondi e perfino una legge sulle Pari opportunità (nel 2006) per provare a mettere a posto quello che la cultura non riesce accettare. Né in Italia né nel resto del mondo. Al di là di proclami e celebrazioni. Perfino nelle “democrazie (in apparenza) più avanzate”: neppure gli Stati Uniti sono così avanti da eleggere una presidente donna. Sono riusciti a infrangere il tabù di avere un presidente nero, nel 2008 con Barak Obama, ma non a votare una donna. Oggi Kamala Harris è alla Casa Bianca ma come vice presidente. Hillary Clinton non ha mai varcato la soglia del Campidoglio da presidente perché “antipatica”: uno stereotipo comodo che nessuno ha utilizzato con Trump. In realtà è che anche per gli americani è difficile pensare a una donna come Capo supremo delle forze armate. Proprio come in Italia che ai vertici delle Forze armate non ci sono (ancora) donne. In Italia è impossibile tecnicamente (oltre che culturalmente), perché siamo stati stato l’ultimo Paese della Nato ad aprire le forze armate alle donne, un pelo prima di affacciarci al Duemila.

NIENTE DIVISA

Eppure il varco era stato aperto all’inizio degli anni Sessanta. Ma ci sono voluti altri 40 anni quasi per aprire la carriera militare alle donne. E soprattutto un’altra sconfitta.

Questa volta la storia è tutta toscana. Siamo a Livorno nel 1981. Una diplomata all’istituto nautico di Trieste, Diadora Bussani osa quello che nessuna ha mai tentato prima. Presenta una domanda di ingresso all’Accademia navale di Livorno. Dalla sua ha una legge degli anni Sessanta sull’accesso paritario alle professioni. Venti anni per digerirla dovrebbero essere bastati. In Italia governa il repubblicano Giovanni Spadolini. Ministro della Difesa è Lelio Lagorio, già sindaco di Firenze, primo presidente della Regione Toscana, che proclama di essere a favore delle donne nelle forze armate. Le circostanze sembrano tutte a favore.

Invece la domanda è respinta senza tanti complimenti. Il motivo? L’aspirante cadetta è una femmina. Vade retro donna. Ma Diadora non si arrende. Prende il no di Livorno e lo porta a Firenze, davanti a un giudice amministrativo. Dice: in Italia dal 1963 c’è la legge 66 dalla mia parte. Cancella tutte le discriminazioni fra uomo e donna sull’accesso alle carriere. È una legge chiara composta di due articoli. Il primo recita: “La donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti dalla legge. L'arruolamento della donna nelle forze armate e nei corpi speciali è regolato da leggi particolari”. Poi che i regolamenti non siano mai stati emanati è un’altra questione. Il principio è stabilito.

GIUSTIZIA E POLITICA ARRETRATE

Infatti il Tar della Toscana le dà ragione: ammessa. La ragazza può intraprendere la carriera militare. Esattamente come venti anni prima le donne erano potute entrare in magistratura perché era stata riconosciuta illogica (incostituzionale?) la norma secondo la quale le donne si potessero laureare in giurisprudenza ma non diventare giudici perché, per loro natura, non avrebbero avuto l’equilibrio (ormonale) per giudicare.

Ma il ministero della Difesa non molla. Da una parte Lagorio si dice favorevole all’ingresso delle donne nelle forze armate e dall’altro il suo dicastero impugna la sentenza del Tar. Perché il diritto non sempre rispetta la cultura. La sentenza del 28 luglio 1981 il Consiglio di Stato è esemplare dell’arretratezza dell’Italia in questo senso. Stabilisce che uomini e donne non sono “proprio uguali” davanti alla legge, malgrado quello che stabilisce la costituzione: «Occorre partire dalla considerazione che allorché gli articoli 3, 51 e 52 della Costituzione stabiliscono l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e sanciscono il diritto della donna ad accedere agli impieghi pubblici, non vogliono né possono determinare un’automatica e impossibile parificazione che astragga da ogni caratteristica naturale dei due sessi nonché dalle loro attitudini e dalle circostanze concrete in cui essi siano ammessi a operare».

TUTTA COLPA DEI GABINETTI

Il padre di Diadora, in un’intervista all’Unità, del 1985 sintetizzerà ancora meglio: «Mia figlia non è stata ammessa all’Accademia di Livorno perché non c’erano i gabinetti separati per uomini e donne». Perché ammettere una donna avrebbe comportato una rivoluzione troppo gravosa nella vita dell’Accademia. Alla fine la rivoluzione c’è stata, grazie alla legge del 1999 che consente (su base volontaria) l’arruolamento delle donne in tutti i corpi delle forze armate.

La legge si deve a Diadora Bussetti, però, lei non ne ha usufruito: si è laureata, insegna in un liceo di Trieste e non ha più voluto sapere dell’Accademia. Però si è consolata con l’arruolamento simbolico che il 2 novembre 1982, le concesse la Marina americana sulla portaerei Kennedy.

NUOVE LEGGI, VECCHIA CULTURA

Gli Usa sì, l’Italia no. Un diniego che pesa ancora di più se si guarda al calendario. Il divieto di accesso all’Accademia di Livorno viene pronunciato a luglio del 1981. A settembre del 1981 il Parlamento cancella due delle più arretrate norme del codice penale: il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. Questa volta, il merito è una di una ragazza siciliana. Che deve aspettare più di 15 anni per avere la sua giustizia: Franca Viola viene rapita (insieme con il fratellino di otto anni) dal nipote di un mafioso locale. Viene stuprata e “riconsegnata” alla famiglia. Siamo nel 1965. Si rifiuta di sposarlo e con l’appoggio del padre lo denuncia. Il paese isola la famiglia ma la ragazza tiene duro e ottiene una condanna per stupro. Se avesse accettato di sposare lo stupratore, il matrimonio avrebbe estinto il reato. Invece no.

Inizia il lungo cammino per cambiare la legge. Ma non la mentalità. Nel 1981, infatti, delitto d’onore e matrimonio d’onore spariscono dal nostro codice penale ma fino al 1996 –- appena 25 anni – la violenza sessuale resta un reato contro la morale e non contro la persona. Non è la donna la vittima, insomma, ma il pudore. E ancora oggi in Italia la legge sullo stupro non prevede l’assenza di consenso come elemento perché si consumi il reato. Insomma, se non si dice no in modo esplicito lo stupro non si contesta. E se questo spaventa in sede di giudizio, preoccupa di più la mentalità di chi ancora pensa che una donna che torna a casa la sera in una strada buia o accetti l’invito a casa di un uomo si sia cercata lo stupro. O che se non si è allontanata da un uomo che la picchia, in fondo è colpa sua. Perché non ha fatto nulla per ribellarsi.

NON CE LA SIAMO CERCATA

In base a questo ragionamento, bisognerebbe chiedersi perché ancora non c’è parità. Solo due dati, per concludere un secolo di lunghe battaglie per conquiste ammezzate. Secondo Istat, in Italia nel 2019 le donne guadagnano circa 3.000 euro in meno all’anno in media rispetto ai colleghi maschi a parità di posizione lavorativa. Su 101.000 posti di lavoro persi a dicembre a causa della pandemia, 99.000 sono di donne. E, sempre nel 2019, si stima che «siano state oltre 65.000 le donne che hanno rassegnato le dimissioni in coincidenza con la maternità».

In un Paese, insomma, ancora senza tutele per le donne. E nessuna garanzia di parità reale. Nessuna garanzia che le donne possano accedere alle cariche più importanti del Paese: presidenza della Repubblica e presidenza del Consiglio. Perché meravigliarsi? L’Italia è quel Paese dove, per legge, la vita di una donna ammazzata per motivi di genere per lo Stato vale 60mila euro. Un uomo ammazzato per motivi di mafia o terrorismo ne vale 200mila.E questa è una “conquista” del 2019. Perché prima, fino al 2017, una vittima di femminicidio non valeva nulla per lo Stato. Come una vittima di stupro. E nel 2017, è stata valutata 7.200 euro se non aveva figli. Mille di più se aveva figli. Cifre da un Paese senza rispetto. —

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