Lutto
Conservata per millenni nel deserto salato di Lut ecco la Pompei d’Oriente
Daniela Giammusso
A separarle sono oltre seimila chilometri, alcuni millenni, usi e culture. Eppure, laggiù, tra le sabbie del deserto di Lut e le alture del Baluchistan, in Iran, l’impressione è di trovarsi davanti a un’altra Pompei. La Pompei d’Oriente, come la chiamano gli archeologi, perché come nella città romana, anche qui tutto è rimasto immobile, immortalato in un’istantanea del tempo. «Conservato non dalla lava, come accadde con l’eruzione del Vesuvio, ma dalla sabbia del deserto salato di Lut, uno dei luoghi più inospitali della terra». A raccontarlo è Enrico Ascalone, direttore scientifico del Progetto archeologico internazionale a Shahr-i Sokhta, avviato nel 2016 dal dipartimento di Beni culturali dell’Università del Salento che lo finanzia con il ministero degli Affari esteri ed enti privati, e che lavora con i colleghi dell’Iranian Center for Archaeological Research che a Shahr-i Sokhta scavano dal 1997.
La missione congiunta ha portato ora nuove scoperte, raccolte nel volume “Scavi e ricerche a Shahr-i Sokhta”. Nata intorno alla seconda metà del quarto millennio nell’area del Sistan, non lontano dai confini con Pakistan e Afghanistan, collassata intorno al 2.300 a.C. per cause ancora sconosciute e nella lista Unesco per il suo valore universale, Shahr-i Sokhta era un fiorente centro di commercio e agricoltura, culla di un melting pot tra le quattro grandi civiltà fluviali: Oxus, Indo, Tigri-Eufrate e Halil. «La nostra idea – racconta Ascalone – è che fosse una società strutturalmente eterarchica e non gerarchica. Diversi gruppi tribali coesistevano in pace, senza predominio uno sull’altro. Lo dimostrano le tipologie tombali e l’assenza di mura difensive, segno che non avevano apparato militare».
Le concrezioni saline, poi, hanno sigillato reperti e strutture, restituendo agli archeologi interi spaccati di vita. «Su una superficie di 300 ettari, ne abbiamo scavato appena il 5% – dice ancora Ascalone – ma sappiamo che una delle attività più remunerative era il commercio di turchesi e lapislazzuli. Gli edifici erano alti anche due metri, arricchiti di decorazioni parietali che non rappresentavano figure, ma motivi geometrici. Lo stesso per giare, porte o sigilli: nessuna divinità, probabilmente perché senza un’elite al comando non c’era neanche bisogno di veicolare messaggi di propaganda. Di certo, amavano il lusso: ricoprivano i pavimenti con stuoie e usavano molte perle».
Le ultime campagne di scavo hanno segnato due svolte. La prima, la datazione del centro. La meraviglia pura è stato poi trovarsi davanti a centinaia di quelle che gli esperti chiamano “proto-tavolette”. «Sono rettangoli in argilla di 10 centimetri per 3 – spiega l’archeologo – Rudimentali, ma con annotazioni numeriche con linee e punti. Le abbiamo trovate diffusamente e testimoniano una certa organizzazione sociale e amministrativa, oltre a una consuetudine ad annotare entrate e uscite. C’è anche un piccolo metro, un righello in argilla con linee distanti 1,1 centimetri. Sarà oggetto di studio, ma potrebbe essere stata la loro unità di misura, perché tutti i mattoni, per esempio, sono di misure multiple di 11. Siamo nell’età del bronzo iraniano e questi rinvenimenti dimostrano l’inizio di un processo di urbanizzazione, che, secondo me, non si è compiuto proprio perché non esisteva un’elite. E perché non ci fu tempo». Già, ma perché morì Shahr-i Sokhta? «È il grande mistero da sciogliere ora – risponde Ascalone – Non ci fu un episodio scatenante come l’eruzione del Vesuvio. Il collasso, però, avvenne in pochi decenni». Per ora le analisi paleo-botaniche puntano l’indice sul clima. «Le variazioni dei monsoni avrebbero provocato ampie aree di siccità e queste una crisi commerciale ed economica». Insomma, Shahr-i Sokhta non era più quel centro fiorente di vita e prosperità. Finendo abbandonata alla sabbia del deserto. —
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