Gioco
Ermal Meta canta l’amore «Così mi metto in gioco» In arrivo il nuovo album
Al festival con “Un milione di cose da dirti”
SANREMO. Ermal Meta torna al Festival di Sanremo dopo aver vinto nel 2018 con il “Non mi avete fatto niente”, cantato insieme a Fabrizio Moro. Ma già l’anno precedente era salito sul podio con il brano “Vietato Morire”, vincendo anche il Premio della critica e quello per la miglior cover (con l’interpretazione di “Amara Terra Mia”).
Per la 71ª edizione il cantautore si presenta con “Un milione di cose da dirti” una romantica e intensa ballata d’amore. «Non è una novità – dice – spesso canto d’amore, sebbene declinato in diverse maniere. Non ero però mai andato al festival con una ballata. Penso che sia più adatta al mio percorso. Non è una canzone a presa rapida – ammette Ermal – ci vuole un po’ per farla arrivare. L’ho scritta tre anni fa, in un periodo particolare perché era da poco iniziata la mia carriera da solista e la vita era piena di piccole e grandi scosse di assestamento. C’era un blocco emotivo interiore e potevo solo scrivere una canzone per liberarmene. Avevo tante cose da dire e mi sono messo in gioco parlando con qualcuno che non c’era in quel momento. È la celebrazione di ciò che è stato e non il rammarico di ciò che non è più». Dopo Sanremo Ermal Meta il 12 marzo pubblicherà l’album “Tribù urbana” che include “Un milione di cose da dirti”, e altre canzoni che, anche in chiave autobiografica, a quello dell’amore sostituiscono i temi della solitudine, dell’abbandono della propria terra e della libertà di orientamento sessuale. “Nina e Sara” è la storia di un amore lesbico tra due adolescenti. L’origine del brano l’autore la spiega così. «La mia fidanzatina a 16 anni era strana con se stessa e con me e non capivo cosa avesse. Poi, finita la nostra storia, anni dopo l’ho ritrovata fidanzata e felice con una ragazza. Ai tempi – dice – non era in grado di ammettere a se stessa il suo orientamento. Quando l’ho vista felice pensavo alla sua sofferenza in quegli anni, al contrasto tra ciò che ti dicono e fanno credere di dover essere e ciò che senti e vorresti realmente essere». Autobiografica è anche l’idea di “Il destino universale”, che prende le mosse dal suo abbandono, a 13 anni, della natia Albania per arrivare in Italia. «Il movimento dell’umanità è importante, io sono la testimonianza. Ho lasciato la mia terra e non sapevo cosa sarebbe stato. Sapevo però che dovevo andare». —
L.T.
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