Il dolore
Ferlinghetti e la sponda toscana della mitica Beat Generation
Il rivoluzionario poeta e scrittore americano scomparso all’età di 101 anni contribuì nel 1997 ad animare la scena della sede fiorentina di City Lights
C’era una volta l’America. Stelle e strisce che si intrecciavano. Che superavano steccati e differenze, traducevano un’idea di comunità che diventava ribelle. A suo modo eversiva. Era l’America della controcultura, dei campus “fragole e sangue” e del dissenso “easy rider”, della musica che diventava poesia e della poesia che si faceva musica. Era la Beat Generation. Formula underground, come il Sessantotto, come la Nouvelle Vague, che, varcato l’oceano, diventava leggenda. Durò poco, ma fu tanto coi poeti che facevano teatro. I nostri del Gruppo 63 facevano avanguardia. Ma ancora non occupavano la scena.
In Italia furono le cantine romane, fu il Beat 72 e poi, a consacrare l’urto, nel 1979 ci fu Castelporziano, festival kermesse dependance dell’Estate romana di Renato Nicolini. Tre giorni di reading e versi. Vennero in tanti, anche da fuori, anche d’oltreoceano. Il cuore della Beat Generation batté forte: William Burroughs, Gregory Corso, Allen Ginsberg. E Lawrence Ferlinghetti. L’ultimo della classe. Il sopravvissuto fino l’altro ieri. Che ci ha lasciato e che il 24 marzo avrebbe tagliato il traguardo dei 102 anni.
Non solo poeta Ferlinghetti, nato a Yonkers, Stato di New York, il padre Carlo un immigrato originario di Brescia, che morì sei mesi prima della sua nascita. Pittore, attivista politico, movimentista, impresario e animatore culturale, dopo la guerra che lo vide testimone dello sbarco in Normandia, Ferlinghetti approda in California, a San Francisco, dove nel 1953 apre la libreria City Lights. Due anni dopo fonda l’omonima casa editrice dove esplode nel 1956 “L’urlo” di Ginsberg, il manifesto della Beat Generation, che gli costerà la galera per diffusione di oscenità. L’attività di editore, promotore e organizzatore, finirà per mettere in ombra la sua produzione poetica, alimentata da Walt Whitman, Ezra Pound, Dylan Thomas, incarnata nel suo libro più celebre, “Una Coney Island della mente” uscito nel 1958.
Il libraio Ferlinghetti troverà nel 1997 una sponda italiana, la prima al mondo, a Firenze, per mano di Antonio Bertoli, che già in qualità di direttore artistico lo aveva voluto al Teatro Studio di Scandicci, protagonista di una memorabile azione poetica. Il covo fiorentino della West Coast, presente lo stesso Ferlinghetti, benedetto da Fernanda Pivano, aprì a maggio. Il curriculum è lungo, la vivacità irrefrenabile. Le avanguardie prolificano in quelle pagine color panna sporco che ricordano la parigina Maspero, i reading si susseguono e affollano gli spazi nudi, gli scaffali alle pareti, al centro le azioni. Tanti gli ospiti illustri, a partire da Allen Ginsberg che declama “The Howl”, mentre Ferlinghetti si troverà a “recitare” al fianco di Vittorio Gassman. City Light Firenze chiude nel 2003. Ma intano hanno fatto in tempo a visitarla fra gli altri John Giorno, Patti Smith, Laurie Anderson, Gregory Corso, Antonio Tabucchi, Jodorowsky. Furono anni di esuberanze inattese, iniziative, libri, concerti, eventi, appuntamenti e improvvisazioni. L’humus della Beat Generation non aveva bisogno di sciacquare i panni in Arno. Che in ogni caso stava lì a due passi. —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
