Italia
«In gara con giovani che non conosco io porto la melodia» Orietta fa dodici
Berti torna al Festival a 29 anni dall’ultima partecipazione «L’emozione c’è sempre, peccato che non c’è il pubblico»
Luca Trambusti
Orietta Berti è la decana del Festival di Sanremo 2021. La sua dodicesima partecipazione arriva a 55 anni dal debutto e a 29 anni dall’ultima volta. La cantante emiliana è un simbolo per il costume e la musica in Italia, la sua carriera è stata lunga e l’ha vista, anche per la sua simpatia e spontaneità, attraversare diverse stagioni. Per lei Sanremo 2021 è pure l’occasione per celebrare oltre mezzo secolo di attività. La sua “Quando ti sei innamorato”, dopo il palco di Sanremo, troverà spazio in un cofanetto che ripercorre il passato attraverso i successi ma racconta anche il presente. Infatti ci saranno 24 brani inediti che troveranno spazio anche in un’apposita uscita discografica (con tanto di 45 giri in vinile).
Orietta Berti si presenta al Festival con entusiasmo, oltre che con una canzone di ampio respiro, molto orchestrale e dal forte impatto melodico.
Signora Berti, com’è arrivata a questa edizione di Sanremo?
«Per merito dei miei collaboratori, io non volevo tornare. Stavo lavorando al cofanetto antologico, ma loro hanno insistito e alla fine hanno avuto ragione».
Cos’è il Festival oggi?
«È una manifestazione televisiva, ma con più clamore. Se ne parla tanto. Prima c’era poca tv ed erano gli anni d’oro della canzone italiana nel mondo. Le esibizioni a Sanremo incidevano molto. Poi non potevi andarci senza un grande successo, non ti prendevano. Oggi bastano 5.000 visualizzazioni in rete e sei accettato. Tutto è cambiato, incluse le votazioni».
Alla dodicesima volta su quel palco è ancora emozionata?
«Lo siamo tutti, perché sai che è importante. Dietro la tv tanti ci guardano e ci sarà sempre emozione. E poi ogni volta in tv io mi emoziono. Purtroppo il pubblico non c’è. Sarà dunque un’edizione speciale. C’è tutta una gestione organizzativa complessa. Per entrare al teatro occorre prima fare il tampone, nell’attesa del risultato stai nella “camera grigia” con le finestre aperte e ti devi coprire. Poi se il tampone è negativo vai da solo nella “camera rossa” adiacente al palco per evitare incroci con altre persone, poi puoi entrare sul palco, dove stai lontana da tutti ed esci da una parte diversa».
Da dove arriva “Quando ti sei innamorato”?
«Il brano è di Francesco Boccia e Ciro Esposito, autori di “Grande amore” che dovevo fare io, ma poi lo hanno dato a Il Volo e ha vinto nel 2015. Così per farsi perdonare tre anni fa mi hanno scritto, insieme a Marco Rettani, questa canzone. Io l’avevo arrangiata per inserirla nel cofanetto, poi per Sanremo abbiamo fatto un diverso arrangiamento, più orchestrale. È una canzone classica, che non si ripete mai, esclusa una frase. È l’incontro di un grande amore, di quelli che in “commercio” non si trovano più, ma che resta sempre la speranza da coltivare».
È comunque anche una canzone moderna nelle sonorità. È un brano biografico?
«Non è scritta per me, ma poi è la mia storia. Un amore può durare anche un tempo infinito».
Nel cast di questa edizione ci sono dei nomi stilisticamente lontani da lei. Li conosce?
«Alcuni non li ho mai sentiti, però pare siano popolari. Madame ad esempio: mai sentita. So che ha tanti follower, vincerà lei, perché è per i giovani. Io ho cantato con Lodo dello Stato Sociale e gli Extraliscio, mentre Arisa, Malika e altri li conosco».
Com’è cambiata la musica in questi anni?
«Negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 la canzone italiana si affermò nel mondo. Ora non c’è più originalità. Vorrei che si tornasse un po’ alla tradizione, alla melodia, non ci si deve vergognare di usarla. Fa parte del nostro carattere, del nostro bel canto. Ora anche i cantautori scimmiottano gli stranieri che però sono originali. Non è sufficiente vestirsi in un certo modo e poi non essere se stessi. Il mio consiglio ai giovani è sicuramente di ascoltare ciò che c’è intorno, però di avere anche personalità».
Lei porta nella serata delle cover “Io che amo solo te” di Sergio Endrigo e si fa affiancare dal quartetto Le Deva. Come mai queste scelte?
«Sono stati gli autori a suggerirmi Endrigo che a me piace molto. Io avevo fatto i nomi di tanti amici che però non so se sarebbero potuti venire sul palco, non tutti hanno la smania di andare a Sanremo. Mi hanno consigliato di ascoltare queste ragazze e mi sono piaciute perché sono moderne ma melodiche. Poi loro aumentano le quote rosa».
A settembre è uscita la sua autobiografia “Tra bandiere rosse e acquasantiere”. Qual è il periodo della sua vita che ricorda con più piacere?
«Ho scritto il libro durante il lockdown, avevo tempo. Ricordo un’infanzia e un’adolescenza spensierate, di una bambina che vuole divertirsi, divisa tra la famiglia, la Chiesa e la Casa del Popolo dove ho imparato a cantare e a conoscere la letteratura russa. Quella parte del libro mi diverte, si racconta di un mondo che non c’è più, diviso tra amore per il partito e la speranza del domani».
Si sente il simbolo di una certa Italia?
«Devono dirlo gli altri. Molti cantanti degli anni 60-70 sono nel cuore delle persone. Facevi compagnia al pubblico per tanti mesi con le tue canzoni, alla fine siamo diventati personaggi familiari, vicini alla gente e nel loro cuore». —
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