Il Tirreno

«Povero italiano sommerso dall’inglese» La Crusca dà battaglia ma è vicina alla resa

Paola Taddeucci
«Povero italiano sommerso dall’inglese» La Crusca dà battaglia ma è vicina alla resa

Claudio Marazzini, presidente della storica Accademia, prende atto dell’uso dilagante di anglicismi: ormai hanno invaso ogni settore  

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il FOCUS

Paola Taddeucci

Parole inglesi, burocratese, acronimi, tecnicismi, uso balordo di alcune espressioni. È lunga la lista delle abitudini linguistiche che ci stanno portando a capire sempre meno e male. Non si può che partire dallo strapotere dei termini inglesi, fonte continua di incomprensioni perché spesso pronunciati in modo pessimo, difficili o impossibili da tradurre e addirittura dal significato sconosciuto. Ma piacciono a furor di popolo.

trionfa l’inglese

L’anglismo è talmente dominante che nell’elenco delle parole nuove inserite nel 2020 e nelle prime settimane del 2021 dall’Accademia della Crusca – l’istituzione fiorentina custode secolare della nostra lingua – imperversano i prestiti integrali e gli adattamenti dall’inglese. Va precisato che le parole nuove sono quelle segnalate alla Crusca o da essa monitorate sui grandi mezzi di comunicazione: non c’è, quindi, alcun giudizio da parte dell’Accademia, che le registra e sul suo sito – www.accademiadellacrusca.it – ne fornisce una dettagliata scheda informativa. Tra i termini nuovissimi troviamo per esempio “cringe” per imbarazzante/imbarazzato, “boomer” per vecchio, “freezare” per congelare, “foodie” per intenditore di cibo. Ma è stata la pandemia di Covid 19 a dare il maggiore contributo: “droplet” (goccioline), “termoscanner” (strumento per misurare la febbre), “contact tracing” (tracciamento dei contatti), “webinar” (seminario interattivo) ormai si leggono e si ascoltano ogni giorno. Ed è sotto gli occhi di tutti il trionfo di “lockdown”, parola che ha superato anche i ripetuti inviti da parte della stessa Crusca ad usare l’equivalente in italiano, cioè confinamento. «Ormai il trionfo di lockdown– dice il presidente Claudio Marazzini – è irreversibile, è una battaglia persa».

povero italiano!

Per Marazzini, tuttavia, c’è di peggio. Come l’obbligo dell’inglese, con testo in italiano solo come accessorio, nelle domande al Ministero della ricerca e università per il finanziamento dei bandi Prin (Progetti di ricerca di interesse nazionale). «Mi sembra evidente – sostiene il presidente della Crusca – che le due lingue non sono poste su di un piano di parità, e anzi l’italiano risulta visibilmente svilito. Se perfino una domanda di ricerca nazionale viene prescritta in inglese, è chiaro che questa lingua è ritenuta migliore dell’italiano, considerato invece come una specie di disgrazia. Se va avanti così, non può che peggiorare».

BATTAGLIA PERSA

Dello strapotere anglofono, peraltro, Marazzini ha recentemente avuto un’ulteriore prova in occasione di un convegno dedicato al lessico amoroso. L’accademico ha parlato delle parole d’amore nella storia più antica, ad una giovane insegnante il compito di approfondire su quelle attuali: tra queste ultime nessuna italiana, solo inglesi. «Dispiace – è il pensiero di Marazzini – che venga fatta piazza pulita di parole che esistono da secoli e sono passate dall’epoca di Dante fino alla melodia italiana». Ma si può frenare questa tendenza? «No – risponde l’accademico – l’anglismo, quando circola, è inarrestabile. Al più possiamo reagire individualmente, usando parole italiane invece di quelle inglesi. Per esempio nelle conferenze non uso mai “slide”, ma diapositive e ci scherzo un po’ con il pubblico. Non penso di vincere la battaglia delle diapositive, ma nulla mi vieta, come parlante, di percorrere una strada diversa».

ACRONIMI, CHE CAOS

Non è invece persa la battaglia contro l’eccesso di sigle e acronimi. «È ora di ribellarsi» dice Marazzini, che invita ad usarli con garbo e parsimonia riprendendo il suggerimento di illustri linguisti del passato tra cui Tullio De Mauro. «Non è più possibile – continua – vedere documenti pieni di sigle e acronimi, sia italiani che inglesi, in cui ormai non si orientano più nemmeno gli addetti ai lavori. Buona regola è, almeno la prima volta, scriverli per esteso». Al riguardo un sindacalista di Brindisi, Carmelo Nesta dello Snals, dal 2015 censisce gli acronimi e le sigle usati nel mondo della scuola e più in generale nella pubblica amministrazione: il suo elenco, in continuo aggiornamento, è arrivato a oltre cinquecento e può essere consultato, con tutte le spiegazioni, sul sito dello Snals di Brindisi alla voce “La scuola attraverso gli acronimi”. Qualche esempio noto e più chiaro? Faq per Frequenty asked questions, Pof per Piano dell’offerta formativa, Dad per Didattica a distanza, Bes per Bisogni educativi speciali, Isee per Indicatore di situazione economica equivalente, Spid per Sistema pubblico di identità digitale. Insieme a questi c’è un affollata lista di lettere accostate l’una all’altra, spesso impronunciabili: un mix di tecnicismo e burocratese che non aiuta la comprensione.

PIUTTOSTO CHE...

Un’altra questione aperta è il “piuttosto che” nel senso di “o”. Milanese d’origine, è dilagato ormai fino a Roma con una fortuna che Marazzini non si spiega: «È lungo, è oscuro, va contro la tradizione». Oggi è un errore, ma potrebbe non diventarlo più se il suo uso in questa forma, sicuramente balorda, continuerà senza freni. E non lo potrà fermare la Crusca «perché – conclude il presidente – la lingua è una lotta tra le forme: uccide quelle vecchie per farne nascere di nuove». —

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