Gioco
Tre fratelli testimoni dei cambiamenti del Paese, fermati in foto che parlano
Leopoldo, Giuseppe e Romualdo Alinari aprirono il loro innovativo laboratorio a Firenze nel 1852
firenze. È una storia he ha radici lontane, partita da Firenze nel lontano 1852, quella degli Alinari. Quando i fratelli Leopoldo, Giuseppe e Romualdo Alinari aprono un laboratorio che permette di perfezionare il sistema di riproduzione fotografica grazie al quale da una lastra negativa in vetro era possibile tirare più copie.
Fu l’alba della fotografia che fece del capoluogo toscano una delle capitali mondiali di quella nuova “tecnica artistica” legata ai nomi di Niepce, Daguerre, Talbot e del marchio Alinari, registrato due anni dopo, il Forte Knox della cultura visiva nazionale, l’incunabolo ottico di un Paese in cerca di unità e raffigurazione condivisa. Un immaginario rimasto senza guida negli anni Venti del secolo scorso, rilevato da un gruppo di azionisti dai nomi autorevolissimi (Antinori, Ricasoli, Colonna) e negli anni Cinquanta dalla famiglia Cini che poi nel 1983, sull’orlo di una crisi di identità (ormai ridotta al rango di archivio più che di vera e propria casa di produzione) e di fatturato (circa un miliardo di lire l’anno con 300 milioni di perdita), viene salvato dalla nuova proprietà che ne rilancia il prestigio e le ambizioni, oltre a rinverdirne l’immagine, innalzarne la produttività, avviare progetti di merchandising e mettere ordine nello scivoloso e finora poco protetto ambito del copyright.
Nell’alternarsi di luci e ombre (il museo che apre alle Leopoldine nel 2006, ma chiude dopo alcuni anni così come il punto vendita di via Nazionale che nel 2014 abbassa la saracinesca), fra debiti alti a fronte di bassi ricavi e la liquidazione nel 2012 della joint venture quadriennale avviata con il gruppo Il Sole 24 Ore, resta un giacimento prezioso e sterminato, finito temporaneamente in un mare di scatoloni, parcheggiati nei magazzini di Bologna e Calenzano, in attesa di ritornare alla luce. Stiamo parlando di un patrimonio fra i più importanti al mondo, soprattutto nel campo della fotografia d’arte, stimato in oltre cinque milioni di pezzi: dai primi dagherrotipi e ambrotipi alle moderne immagini digitali, tra cui 220mila negativi su lastra di vetro, una biblioteca di più di 26mila volumi, e poi cartoline, stampe, album, oltre a centinaia di apparecchiature e oggetti legati alla fotografia che attraversano un secolo e mezzo, da metà Ottocento alla fine del Novecento.
Giusto per rendere l’idea della sua imponenza, il londinese Victoria & Albert, il più importante museo dedicato al design e alla arti riproducibili, non supera il milione di articoli. Un catalogo cresciuto negli anni attraverso donazioni e acquisizioni (Touring Club, Ansaldo, Istituto Luce, Teche Rai, Folco Quilici, Fosco Maraini) e l’arrivo di nuovi fondi (Wultz, Nunes, Michetti, Vais, Bombelli, Mollino, Zannier) fra cui spicca l’Archivio Villani di Bologna con i suoi oltre seicentomila scatti sulla storia industriale italiana, che vanno dagli Venti agli Ottanta del Novecento. –
G. R.
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