Lutto
Il linguaggio un po' astruso dei nuovi telecronisti: addio fascia, ora c’è la catena. E chi tira forte “spacca la porta”...
Come cambia, soprattutto, il modo di raccontare il calcio al tempo delle pay tv, della copertura totale, della tecnologia che seziona tutto: volti, reazioni, adesso (complice la mancanza del pubblico) anche le voci dei protagonisti in campo
Come si cambia. Come cambia, soprattutto, il modo di raccontare il calcio al tempo delle pay tv, della copertura totale, della tecnologia che seziona tutto: volti, reazioni, adesso (complice la mancanza del pubblico) anche le voci dei protagonisti in campo. Il “covercianese” impera: termini non sempre facilmente comprensibili ai più. Per i nostalgici non serve tornare fino all’essenzialità all’osso di Nicolò Carosio, che parlava di «azione petto in fuori della compagine azzurra». Ma magari all’italiano perfetto, privo di inflessioni di Nando Martellini o dell’infallibile eloquio di Bruno Pizzul, che ha sbagliato meno congiuntivi di quando Liedholm abbia sbagliato passaggi in campo: ovvero zero. Oggi imperano i neologismi.
I QUINTI
Sono quelli che un tempo venivano definiti terzini d’attacco, o fluidificanti. Il termine viene applicato soprattutto in presenza di squadre che schierano il 3-5-2. «Quando i centrocampisti centrali avanzano, i quinti scalano basso». Sottotitoli a richiesta.
LA CATENA
In principio era l’esterno del campo, poi all’inizio degli anni Ottanta sono arrivate le “fasce laterali”, tanto care anche al sacchismo. Ma oggi anche le povere fasce sono desuete: per descrivere la connessione di due giocatori sulla stessa corsia esterna, si parla di catena, sia di destra che di sinistra.
RIPARTENZA
Che peccato, il termine contropiede era così bello da entrare di prepotenza nel nostro slang quotidiano: «mi hai preso in contropiede», quante volte l’abbiamo detto a chi ci aveva fatto uno scherzetto o una bella sorpresa. E invece no: il vecchio termine così caro a Rocco e al Trap è stato sostituito dal più asettico e freddo “ripartenza”, come usa nelle aule del Centro tecnico. Molto peggio.
SPACCA LA PORTA
Probabilmente il peggiore dei neologismi che si sono affacciati al football negli ultimi anni. È la traslazione nel terzo millennio del termine bordata, cannonata, stangata che ci fa ricordare subito i ciclonici sinistri di Riva o le secche “castagne”, a proposito di termini ormai desueti, di Boninsegna. Oggi chiunque calci con forza e centri lo specchio, automaticamente “spacca la porta”. La forza che vince sull’estetica. La variante «spacca la traversa o il palo», sottolineata anche da un repentino aumento del volume, è ancora peggio.
TRACCIA
«Inventa una traccia che vede solo lui» è il nuovo modo per magnificare un assist in mezzo a diversi difensori. Un tempo era lo spazio, il buco, il pertugio tanto caro a Pizzul. La traccia è forse tra i neologismi meno fastidiosi, perché comunque offre l’idea di una palla che corre in linea diretta. Preferivamo comunque il pertugio.
PREVENTIVE
Ovvero, l’atteggiamento difensivo assunto dai giocatori che sono sotto la linea della palla o non direttamente coinvolti nello sviluppo offensivo dell’azione, durante un attacco della loro squadra. Difficile da capire per un addetto ai lavori, figurarsi per uno spettatore medio.
Eppure, non c’è partita dove le “preventive” non vengano citate almeno cinque volte, presumendo che gli ascoltatori sappiano perfettamente si cosa si parla e soprattutto riescano a vedere questo sviluppo tattico sul tappeto verde.
PROPOSTA
La “proposta di gioco” ha sostituito la parola schema, schieramento, attitudine tattica. Quello che per gli ungheresi era il celeberissimo WM, o per il sacchismo, e torniamo lì, il 4-3-3.
QUALITA'
Una delle parole ormai più utilizzate da telecronisti e, soprattutto, dalle seconde voci. I nostri padri avrebbero riassunto tutto in “classe”, o “talento” di un certo giocatore, i nostri nonni avrebbero parlato più semplicemente di “stoffa”. Adesso la chiamano qualità. «Lui ha qualità”, “serve qualità”, “manca qualità”.
TRA LE LINEE
Il trequartista che abbiamo conosciuto, in genere con il numero dieci sulle spalle, era quel giocatore pieno di talento e un po’ indolente che sostava (spesso all’ombra...) a ridosso delle punte, acquattandosi dietro i centrocampisti avversari, pronto a ricevere e toccarla morbida verso le punte, che erano quasi sempre due. Oggi, chi riceve la palla in quella zona «è bravo a farsi trovare tra le linee»: espressione che rende l’idea, ma un po’ fredda, asettica. Covercianese, appunto. —
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