Gioco
Morto Franco Marini politico, sindacalista e uomo delle istituzioni maestro del dialogo
Nel 2013 era destinato a succedere a Napolitano al Quirinale, ma la sua elezione fu “sabotata” da Renzi
È morto ieri all’età di 87 anni, Franco Marini, politico e sindacalista, segretario generale della Cisl, poi presidente del Senato e poi ministro del Lavoro, segretario del Partito popolare italiano ed europarlamentare. L’esponente politico è morto per complicazioni legate al Covid. A inizio gennaio era risultato positivo al coronavirus e ricoverato al San Camillo di Rieti.
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Con Franco Marini se ne va l’ultimo pezzo di Democrazia cristiana, quella di Alcide De Gasperi, di Aldo Moro, di Giulio Andreotti, di Amintore Fanfani, di Mino Martinazzoli. Rimane un solo “immortale”, Ciriaco De Mita, più che novantenne sindaco e re di Nusco.
Era nato a San Pio delle Camere, nell’Aquilano, il 9 aprile del 1933. Aveva nove anni quando il padre, operaio della Cisa Viscosa, si era trasferito dall’Abruzzo a Rieti, dove ha abitato per tutta la vita, conservando però una casa a San Pio. Il suo luogo di nascita e di elezione gli aveva procurato il nomignolo di “lupo marsicano”, a uso e consumo dei giornali, convinti che gli aquilani siano marsicani tutti. Confondere gli aquilani con i marsicani, è come dare del pisano a un livornese, e forse anche peggio.
Marini, giovane dc dei tempi della “guerra” al comunismo di Palmiro Togliatti, divenne segretario del partito cattolico nel 1997 quando la Dc era tornata alle origini, il Partito popolare italiano, quello fondato da don Luigi Sturzo. La sua vita precedente era stata dedicata all’attività sindacale nella Cisl. Nel 1985 era succeduto Pierre Carniti, leggendario leader del sindacato cattolico, amico e “avversario” di Luciano Lama, il grande capo del sindacato socialcomunista.
Suo mentore e guida era stato Giulio Pastore, fondatore della Cisl. Non aveva vent’anni, Marini, quando lo conobbe nelle Acli, poi nel sindacato e al ministero del Mezzogiorno. Pastore, per lui, era un mito vivente. Anche lui figlio di operaio, nato nel 1902, aveva cominciato la sua attività politica in pieno fascismo. Arrestato a Roma, era tornato in libertà dopo l’8 settembre del 1943. Con Pastore, era stato Carlo Donat Cattin, piemontese anche lui, a credere in Marini e ad avere con lui un intenso rapporto umano, specie nel momento più duro della sua vita. Nel gennaio 1979 veniva assassinato a Milano il giudice Emilio Alesandrini. A ucciderlo era stato Marco, figlio del ministro e terrorista di Prima Linea, che nel 1988 perdeva la vita investito in autostrada. Distrutto dal dolore, nel 1991, il padre moriva, lasciando a Marini la guida di Forze nuove, correste di sinistra della Dc. Ventisei anni dopo, nel 2014, Marini sarebbe stato lo sponsor più forte di Marco Alessandrini, figlio del giudice assassinato, a sindaco di Pescara.
Marini sindacalista era noto e apprezzato per la sua capacità di trattare e trattare fino allo sfinimento dell’avversario. Si raccontava di giornate e notti passate al tavolo, in bracci di ferro che lui conduceva con pazienza e determinazione, scaricando la tensione sulla pipa che continuava a masticare. Un temporeggiatore apprezzato che sarebbe diventato ministro del Lavoro del governo Andreotti nel 1991 e mediatore instancabile nel partito cattolico. Nell’aprile del 1992, eletto deputato a Roma, batteva in preferenze il braccio destro di Andreotti, Vittorio Sbardella, detto “lo squalo”. La leggenda, forse non leggenda, racconta che i lavoratori delle Poste fecero sparire dalla circolazione i volantini di Sbardella.
Nel 1995 fu decisivo il suo intervento per evitare che il Partito popolare, segretario Rocco Buttiglione, si alleasse con Silvio Berlusconi alle elezioni regionali. Memorabile il suo discorso all’Ergife: «Io sono uno della mediazione, ma non oggi. Oggi abbiamo di fronte una cosa su cui non si può mediare, oggi c’è una cosa che semplicemente non possiamo accettare». Buttiglione, isolato, lasciò i Popolari per fondare il Cdu, partito che andò a destra. Nel 1999 Marini era segretario dei Popolari, quando Prodi nelle elezioni europee consentì la nascita dell’Asinello di Arturo Parisi, per vendicarsi della caduta del governo dell’Ulivo, l’anno prima, a opera di Bertinotti, mandanti sospettati di combutta D’Alema e lo stesso Marini. Nel 2006 veniva eletto presidente del Senato, impedendo una vittoria di Andreotti, appoggiato da Berlusconi e dalle destre. Protagonista amaramente sconfitto, in due occasioni. Nel maggio del 1999, l’anno dell’elezione di Carlo Azelio Ciampi, era fra i papabili per la presidenza della Repubblica, a sabotarlo fu Walter Veltroni, segretario dei Ds. Nell’aprile del 2013 era il candidato del Pd a succedere a Giorgio Napolitano, a sabotarlo era stato Matteo Renzi, sindaco di Firenze, con il manipolo di deputati a lui vicini. Fu rieletto Napolitano. Franco Marini se ne va, mentre la politica ha di nuovo bisogno di un demiurgo per ritrovare la strada. Gli va reso l’omaggio che si deve a chi si è battuto dalla parte giusta. —
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