Il Tirreno

“Lei mi parla ancora” è il film italiano più bello dell’anno

Fabio Canessa

La pellicola di Pupi Avati stasera su Sky con un bravissimo Renato Pozzetto 

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la recensione

Fabio Canessa

Il più bel film italiano dell’anno arriva su Sky stasera, anche se è prevista l’uscita nelle sale quando riapriranno. Si intitola “Lei mi parla ancora”, il regista è Pupi Avati ed è tratto dal libro omonimo di Giuseppe Sgarbi, appena riedito da La nave di Teseo. Si tratta delle memorie scritte a 94 anni dal farmacista ferrarese, scomparso nel 2018, papà di Elisabetta e Vittorio.

Raccontando la storia dell’anziano rimasto vedovo dopo 65 anni di matrimonio con l’amata Rina, Avati orchestra un film fatto di contrasti, come la vita, cercando però di armonizzarli e ricomporli. Mette infatti al centro il difficile incontro tra il vecchio signore capace di dialogare con la moglie anche dopo la morte e il giovane ghostwriter che lo aiuta a scrivere i suoi ricordi, già separato con figli e poco in sintonia pure con la nuova compagna. Il primo, calmo, colto e ironico, sembra rappresentare i valori migliori del nostro Novecento ed è interpretato magnificamente da un sorprendente Renato Pozzetto, in un’inedita chiave drammatica. L’altro, affannato, confuso e irrisolto, è il bravissimo Fabrizio Gifuni. Iniziato bruscamente con una lite, il loro rapporto si farà sempre più solido, man mano che lo scrittore si lascerà affascinare da quella storia d’amore d’altri tempi.

Così anche Avati riesce a rievocare fedelmente la trama e lo spirito del libro, a mettere in scena il clima della famiglia Sgarbi grazie anche alle riprese nei luoghi reali e la figura azzeccata di una figlia insieme fragile e forte, semplice e complessa (l’ottima Chiara Caselli a volte sembra davvero Elisabetta). Ma Avati riesce anche a essere fedele a sé stesso, perché la sua poetica si sposa perfettamente al nocciolo dell’opera: non solo la nostalgia per un mondo in cui era possibile credere alla formula “per sempre”, ma soprattutto il tema della morte, vero fondamento della sua intera filmografia, qui consacrato da una citazione del capolavoro di Ingmar Bergman “Il settimo sigillo”. Ieri declinata nell’horror efferato di “La casa delle finestre che ridono” o “Il signor Diavolo”, talvolta storicizzata nell’affresco in costume come “Magnificat” o esorcizzata nella parodia surreale di “Tutti defunti tranne i morti” o trasfigurata nella memorialistica poetica di “La via degli angeli”, la morte viene oggi passata al vaglio della promessa di eternità alla quale molte coppie dei nostri padri e nonni hanno creduto, in un film assai in controtendenza rispetto al cinema contemporaneo, per la spudoratezza con la quale osa prefiggersi lo scopo di commuovere il pubblico.

Gran parte della sua carica suggestiva si deve all’alternanza continua dei piani temporali, sovrapponendo ai due anziani protagonisti – con Pozzetto la sempre grande Stefania Sandrelli – i loro personaggi da giovani, interpretati da Isabella Ragonese e Lino Musella, e intrecciando le loro vicende fino a comporre il racconto esemplare di una famiglia italiana.

“Lei mi parla ancora” trova il suo baricentro nella miracolosa fusione tra lo strazio della tristezza e il clima di felicità in cui lo spettatore si sente sommerso. —

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