Lutto
Liliana Segre laureata in Scienze della pace: «No a ignoranza, intolleranza, indifferenza»
La consegna nel polo didattico “San Rossore 1938” in memoria della vergogna delle leggi razziali che il re firmò qui
PISA. Emozionata come tutte le neolaureate «nonostante l’età matura». Commossa perché «a volte mi chiedo come possa aver ispirato tutto questo». Forte come il messaggio che porta avanti dal giorno in cui è scampata allo sterminio nazista ad Auschwitz. Liliana Segre è da ieri mattina laureata all’Università di Pisa. Una laurea honoris causa assegnatale in Scienze per la pace. Un riconoscimento a una superstite dell’Olocausto che arriva in una città (di cui è cittadina onoraria dallo scorso mese di giugno) che porta l’onta di aver ospitato la firma delle leggi razziali scritte da Benito Mussolini. Un omaggio a una testimone della Shoah celebrato nel polo didattico San Rossore 1938, nome ispirato dalla tenuta pisana e dall’anno in cui Vittorio Emanuele III avallò in modo definitivo la deriva fascista e suggellò con la sua firma la vergogna del regno.
«Il nome di questo polo è evocativo come pochi – ha ricordato la senatrice a vita durante la sua lectio magistralis – perché ricorda il 1938, le leggi razziste e la tenuta di San Rossore in cui il re Savoia firmò il regio decreto che promulgava quell’immondo articolato. Tanti, troppi furono coloro che accettarono quelle leggi e ne approfittarono sul piano professionale ed economico, abbandonando a un destino di disperazione e morte migliaia di loro connazionali».
L’Università di Pisa, che già nel 2018 chiese scusa ai docenti e studenti ebrei espulsi dall’ateneo dopo le leggi razziali, ha intitolato la struttura didattica alle leggi di San Rossore proprio perché le nuove generazioni non dimentichino questa pagina della nostra storia. Una scelta apprezzata anche dalla senatrice: «Oggi questo polo guarda al futuro, eccellenza in campo architettonico e nella salvaguardia ambientale. Ospita il Dipartimento di Civiltà e forme del sapere, un nome che indica il nesso tra il livello di civiltà e le strutture di studio formazione e insegnamento, l’unico vero antemurale al riproporsi, oggi come ieri, delle forme più pericolose di ignoranza, intolleranza, indifferenza che espongono la nostra civiltà e le nostre società ai rischi peggiori».
Rischi ricordati dal rettore Paolo Maria Mancarella che prima ha sottolineato l’importanza di una laurea assegnata a «una donna che, dopo un lungo e sofferto silenzio, ha trovato le parole, la forza e il modo di lottare con gentilezza e intelligenza contro la barbarie del mondo, facendo della sua tragica esperienza un patrimonio da condividere con tutti noi, per un esercizio attivo della memoria»; poi si è permesso quella che lui stesso ha definito una «digressione»: «C’è un Italia divisa e incoerente rispetto ai temi della Memoria a causa della contesa politica. Noi ci riconosciamo in Segre e nel suo messaggio di pace perché porta avanti gli anticorpi per contrastare l’odio che troppi cavalcano e che da uomo delle istituzioni condanno». Infine, parafrasando Primo Levi, il rettore ha concluso ricordando che «accadde allora con i campi di concentramento, accade ora con i migranti scalzi alle porte dell’Europa».
Quasi un’invocazione a cercare la pace con cui Mancarella ha posto il sigillo a una giornata cominciata con la presentazione del volume “Il dovere della parola. La Shoah nelle testimonianze di Liliana Segre e di Goti Herskovitz Bauer”, di Marina Riccucci e Laura Ricotti in un evento coordinato da Fabrizio Franceschini, direttore del Centro interdipartimentale di studi ebraici dell’Ateneo pisano, a cui ha partecipato la stessa Goti. Un evento preceduto dalle parole del sindaco di Pisa Michele Conti che ha sottolineato come «questa laurea honoris causa sia una delle iniziative più significative che la città potesse pensare».
Poi la lettura della motivazione fatta dalla professoressa Eleonora Sirsi, presidente dei corsi di laurea in Scienze per la pace, e la laudatio tenuta da Gadi Luzzatto Voghera, direttore del Centro documentazione ebraica contemporanea, e da Noemi di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane.
Quindi le parole della neolaureata Liliana Segre: «Ci sono vite che a partire dalle leggi razziali sono state sospese, stravolte, distrutte. La mia è una di quelle vite: sono l’ultima testimone di quella caduta agli inferi, perché ero una bambina di otto anni quando ascoltai dalla voce dei miei cari, spariti nel vento della Shoah, che ero stata espulsa dalla scuola. E da allora niente è stato più come prima e Auschwitz fu l’orrore finale».
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