Il Tirreno

LE CELEBRAZIONI 

Giorno della Memoria Le iniziative degli Uffizi e del Museo Novecento

G.R.

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FIRENZE. Per il Giorno della Memoria gli Uffizi lanciano in rete una iniziativa che partendo dall’Auditorium Vasari finisce, visibile da oggi, sulla pagina facebook della Galleria. «Il museo deve farsi voce della memoria dell’olocausto – commenta il direttore Eike Schmidt – perché questa memoria non può parcellizzarsi, frammentarsi, ma deve essere unitaria, condivisa, deve essere un pezzo di tutti noi. Il ruolo del museo, già così forte e centrale nella diffusione della cultura, deve essere quello di rafforzare nelle persone questo senso di memoria collettiva». L’evento, organizzato e coordinato da Claudio Di Benedetto, dal titolo “Terre d’esilio, terre di confino”, trova nelle parole di Silva Rusich, figlia di un ex deportato e vicepresidente di Aned Firenze, la sua forza identitaria: «Non basta raccontare, la Memoria deve essere vissuta, con partecipazione, con impegno civile, attraverso i valori della solidarietà e dell’uguaglianza, valori di base del vivere insieme: in questo, è fondamentale guidare i giovani. Gli ideali che abbiamo ci sono stati trasmessi; questo, dobbiamo farlo anche noi con loro».

MUSEO NOVECENTO

Anche il Museo Novecento di Firenze celebra il Giorno della Memoria. E oggi lo fa con un doppio appuntamento. Nella parte coperta del loggiato all’esterno del museo, proprio a fianco della targa che ne ricorda la destinazione come luogo di reclusione per prigionieri politici ed ebrei durante la guerra, verrà installata la scritta al neon “Pitchipoi”, opera del collettivo Claire Fontaine, mentre all’interno nella sala cinema verrà proiettato “Manni”, un lavoro di Riccardo Iacopino ispirato a un racconto di Giorgio van Straten, che nell’occasione si presenta anche nella veste di “attore” protagonista. Pitchipoi, terza tappa di un percorso espositivo a cura di Paola Ugolini, era il nome di una località immaginaria in cui gli ebrei, in attesa nel campo di transito di Drancy, in Francia, credevano che sarebbero stati trasferiti. Una parola yiddish, dal suono fiabesco e rassicurante, inventata per esorcizzare la paura, ma che nella realtà si rivelerà un luogo di morte come l’inferno di Auschwitz. —G.R.

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