Gioco
«Quando Ciano costrinse mio padre a vendergli la villa della mia famiglia»
Aldo Liscia, di una delle famiglie ebraiche più note di Livorno ricorda l’episodio nel giorno del suo 100° compleanno
Mauro Zucchelli
«La villa della nostra famiglia sul lungomare di Antignano la volevano i Ciano a tutti i costi: prima Costanzo, poi il figlio Galeazzo. Mio padre s’impuntò in tutti i modi, ma alla fine a suon di insulti e minacce gli spiegarono ben bene che un ebreo non poteva permettersi di dire no al suocero e al genero del Duce, altrimenti…». Niente meglio di questo sopruso da parte della dynasty più potente del fascismo rende l’idea di quali angherie dovessero subire gli ebrei, prima ancora che si materializzasse l’incubo del lager di Auschwitz, con il pesantissimo clima delle leggi razziali: inclusa la spoliazione dei beni.
A raccontarlo è Aldo Liscia, esponente di una delle famiglie ebraiche più note di Livorno, e l’occasione è oggi nel giorno dei suoi cento anni. La villa è sul lungomare di Antignano, in uno dei tratti più belli della costa subito a sud di Livorno.
«È l’aprile ’39 quando Costanzo Ciano – racconta Aldo Liscia – chiede in modo insistente a mio padre di vendergli la villa. Lui si rifiuta perché non è un valore immobiliare ma il cuore della storia familiare: l’aveva iniziata nel 1908 mio nonno, arrivato da Tunisi senza un soldo e diventato ricco con il proprio straordinario talento di mercante, soprattutto di corallo; l’aveva conclusa nel 1912 mio padre, chirurgo benvoluto anche perché spesso visitava gratis gli indigenti. Ma Ciano è Ciano e la mia famiglia è costretta a dargliela in affitto per cinque anni rinnovabili automaticamente e senza poterla vendere ad altri se non ai Ciano». Il prezzo? L’equivalente di un quadrilocale qualsiasi per una delle ville più belle della città.
Due anni più tardi, ecco che tocca a Galeazzo Ciano fare la voce grossa: nuovo rifiuto, ma il contratto d’affitto a prezzi stracciati diventi di 30 anni più altri 30 e senza possibilità di disdetta. “Ganascia” non c’è più ma l’appetito resta quello: tempo qualche mese e Bruno Baiocchi, factotum dei Ciano, gli spiega che un ebreo deve rigare dritto. «Tempo tre mesi e chiamano mio padre dal notaio, c’è anche il podestà Aleardo Campana: prima gli insulti, poi gli dicono dove sono i figli e dove vivo io a Nizza dicendogli che poteva capitarci qualcosa». Gli mettono davanti l’atto notarile con il prezzo già segnato, la metà della metà del valore.
Alla fine i Liscia riavranno la casa ma solo dopo un lungo iter giudiziario. Rifatto due volte daccapo perché l’intestataria formale dell’atto è Carolina Pini, moglie di Costanzo, e il primo round si impantana per errore di notifica. «Se ne viene a capo – dice Liscia – solo per due cose: 1) l’ex podestà dev’esser rimasto scosso per come hanno trattato mio padre e testimonia a suo favore; 2) la caparbietà dell’avvocata livornese Monica Ciucchetti nello scavare dentro gli archivi trova i tasselli per ricostruire il puzzle della vicenda. Ma non a tutte le famiglie ebraiche è andata così: nemmeno la giustizia dell’Italia democratica ha restituito i beni portati via con le angherie dagli “amici degli amici” dei gerarchi fascisti». —
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