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Quando Castelfiorentino era un piccolo Soviet toscano
C’è stato un momento della storia in cui Castelfiorentino è stata un piccolo Soviet. Le elezioni amministrative dell’ottobre 1920 avevano rappresentato una vittoria senza precedenti per il Partito socialista a Castelfiorentino, che aveva ottenuto una percentuale schiacciante: il 92,6%. In virtù del forte consenso ricevuto, la nuova amministrazione guidata dal sindaco Guglielmo Rosa si mise subito al lavoro per trasformare questo Comune della Valdelsa fiorentina in una “piccola Russia”: una definizione che sarebbe rimasta a lungo nella memoria collettiva dei suoi abitanti. E, almeno a livello toponomastico, ci andò vicina: via Cosimo Ridolfi prese il nome di via Lenin, via Pompeo Neri fu ribattezzata via 7 Novembre (anniversario della Rivoluzione russa, il 25 ottobre secondo il calendario giuliano), piazza Vittorio Emanuele diventò piazza Carlo Marx, via Ferruccio fu rinominata via Spartacus, via Palestro si trasformò in via Andrea Costa e via Regina Margherita in via Francisco Ferrer.
Oltre ad alcuni atti di valore simbolico (quali la nuova denominazione delle vie o delle piazze), la Giunta e il Consiglio comunale si impegnarono a fondo per realizzare una vera e propria “rivoluzione fiscale”, con l’obiettivo primario di aiutare le 580 famiglie (dato del 1921) che vivevano in condizione di povertà. Scorrendo le singole voci del bilancio di previsione, si comprende subito quale sarebbe stato il terreno di contesa tra l’amministrazione “rossa” e il ceto benestante locale, di cui erano espressione alcuni industriali e due colossi della proprietà terriera, come i Marchesi Pucci e Torrigiani.
Le maggiori uscite, previste per far fronte all’incremento della spesa dei medicinali per le famiglie povere, per l’istruzione popolare o le opere pubbliche (queste ultime triplicate, anche per lenire la disoccupazione) furono infatti coperte mediante un rilevante aumento dell’imposizione fiscale: la tassa di famiglia, la sovrimposta comunale sui terreni e fabbricati, le nuove tasse “sanitaria” e “scolastica”, ecc. Vigorosa anche la politica fiscale sulle abitazioni non occupate, o che disponevano di un numero di vani “esuberanti” rispetto alle reali necessità familiari. Di fronte a queste misure, il ceto liberale moderato preferì agire con prudenza, confidando nei livelli superiori di governo: la giunta provinciale amministrativa annullò infatti, sistematicamente, tutti i provvedimenti approvati dal consiglio.
Nel frattempo, il sindaco Rosa e il consigliere Eletto Fontanelli si recarono al Congresso di Livorno (gennaio 1921), operando una precisa scelta di campo a favore del nuovo PCd’I, cui fece seguito l’adesione della maggioranza dei socialisti castellani. Nel giro di un mese, la situazione in provincia precipitò rapidamente. L’uccisione del comunista Spartaco Lavagnini, i fatti di Certaldo (28 febbraio) e più ancora l’eccidio di Empoli (1 marzo) determinarono un clima incandescente anche in Valdelsa. Il sindaco Rosa e la maggioranza consiliare, che pure avevano amministrato in un clima pacifico, furono sottoposti a intimidazioni crescenti da parte dei primi fascisti locali, fino a quel momento pressoché inesistenti. Invano il sindaco Rosa tentò di appellarsi alle autorità. Minacciato di morte dal segretario del fascio locale (Rino Del Pela) fu costretto a dimettersi il 2 maggio.
Questa breve esperienza non sarebbe tuttavia caduta nel vuoto: a guerra finita, le elezioni amministrative del 1946 avrebbero sancito a Castelfiorentino la vittoria delle sinistre, che elessero come sindaco Eletto Fontanelli: un riscatto dopo le sofferenze patite nel ventennio. Condannato nel 1926 a cinque anni di confino, scontò la pena a Ustica, condividendo questa sua esperienza con Antonio Gramsci. —
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