Il Tirreno

i tanti volti del d-day rosso 

Ironia, sfottò e francobolli per le 100 candeline del Pci

Mauro Zucchelli
Ironia, sfottò e francobolli per le 100 candeline del Pci

Livorno: le differenti anime della sinistra davanti all’ex teatro San Marco dove la lunga storia comunista ebbe inizio: e le polemiche non mancano

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Mauro Zucchelli

LIVORNO. Dell’ex teatro San Marco di Livorno – nel cuore della Venezia, a un passo dalla Fortezza Nuova – resta solo la metà bassa della facciata con qualche vecchia colonna che s’arrangia a regge tutto il resto: compresa la lapide che ricorda che qui cent’anni fa esatti è nato il Partito comunista. Di là del muro, restaurato grazie a un investitore (e non poteva che essere la Lega Coop), c’è un asilo nido e un vociare di bimbi. Quella facciata è il “santuario” delle tante sinistre nell’era del Covid e della non-sfiducia a “Giuseppi” Conte ottenuta in zona Cesarini (e grazie al Var).

Il D-day del centenario del Partito comunista diventa il caleidoscopio attraverso il quale guardare al fatto che la scissione labronica del ’21 ha inaugurato un susseguirsi di spaccature e spezzettamenti dei quali si è avuta la rappresentazione plastica ieri mattina. Solo per citarne alcuni: con gli esponenti di Rifondazione comunista che hanno commemorato il luogo dove nacque il partito di Gramsci; con i comunisti del Pci (con la “i”) che hanno annunciato un presidio permanente per tutto il giorno; con i comunisti del Pc (senza “i”) che fra bandiere e fumogeni se la sono presa per la presenza dei “dem”; con il Pd che aveva schierato lì davanti un gruppo dei propri dirigenti, a cominciare dal parlamentare livornese Andrea Romano, studioso di storia contemporanea e in particolare della rivoluzione russa; con il Partito dei Carc (Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo), la cui firma è l’url del proprio sito web, che lascia uno striscione in cui si esorta a fare «dell'Italia un nuovo paese socialista».

Detto per inciso, poche ore prima, di primo mattino era arrivata sul posto anche Marcella Amadio, figura di primo piano della destra doc livornese e ora dirigente di Fratelli d’Italia, per contestare l’idea che il Comune di Livorno, guidato dal centrosinistra di Luca Salvetti, dedichi un anno intero di iniziative alla celebrazione di questo centenario: «Ricordare un fatto storico è giusto ma non c’è niente da celebrare, l’ideologia comunista ha fatto troppi lutti».

In realtà, il centenario della fondazione del Partito comunista offre anche il destro per tirar fuori un po’ dell’armamentario d’ironia beffarda che contrassegna il dna livornese. Livorno si è svegliata nel mattino del centenario scoprendo che alcune fioriere del centro erano state ridipinte di rosso nella notte e decorate con la falce e martello. Sono le più vicine al teatro Goldoni, dal quale alle ore 11 del 21 gennaio ’21 uscirono i delegati comunisti “puri” capitanati dall’ingegner Amadeo Bordiga (e, assai più defilato, Antonio Gramsci) per rompere definitivamente con i socialisti. Per buffa coincidenza del destino, sono nella via intitolata al barone Ricasoli, fiero conservatore in lotta contro l’ondata democratica radicale che nel Risorgimento veniva da Livorno.

Non è la sola singolare beffa del destino. Figurarsi che alla celebrazione istituzionale c’è il presidente della Regione Eugenio Giani: un socialista a celebrare la scissione comunista, lui che magari cent’anni fa si sarebbe schierato con Turati. Ne esce rifacendosi a «una tradizione politica, quella del Pci, che ha avuto un grande ruolo nelle battaglie per il superamento delle diseguaglianze e la crescita sociale delle classi più deboli» ed è nata in una città «che è la culla dei valori di solidarietà». Poi avverte che da quel giorno le sinistre hanno da imparare una lezione: «A distanza di 21 mesi dalla scissione di Livorno arrivò la frattura successiva con i socialisti unitari di Turati e Matteotti, e questo ci è da monito contro la divisione della sinistra, anche quando nasce in buona fede da un eccesso di radicalizzazione ideologica».

Il sindaco livornese Luca Salvetti coglie al balzo la presentazione del francobollo dedicato al “congresso di Livorno” per ricordare che la città «ne ha messi in fila tre annulli filatelici negli ultimi cinque mesi» in occasione di altrettanti anniversari: questa ricerca delle radici nel passato non finirà qui. Con una strategia: di fronte alle incertezze del presente non esiste medicina migliore di riscoprire l’orgoglio di quel che eravamo. —

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